I talebani della crescita
Il più impressionante – per l’ossessione che l’ha pervaso durante la campagna elettorale – è stato il capo del partito democratico, Walter Veltroni, il quale si è proposto come candidato numero uno all’ambita carica di gran mullah dei talebani della crescita. Ovviamente proviene dalle file del partito comunista - burocrate della fgci negli anni settanta, poi burocrate del pci negli anni ottanta – e altrettanto ovviamente negli anni novanta ha asserito di non essere mai stato comunista. Uno di cui potersi fidare.
Appello elettorale
Nonostante le apparenze la situazione, benché di non facile interpretazione, o forse proprio perché di non facile interpretazione, induce ad un cauto ottimismo. Ciò sia per le innovazioni che questi tempi ci stanno proponendo, sia per la rassicurante ed incoraggiante continuità con il passato.
Tanto per cominciare il centrosinistra ha governato per ben due anni e noi siamo ancora vivi.
Non solo, ma abbiamo pure imparato un sacco di cose.
Per esempio, abbiamo imparato che un compagno verde ecologista, strenuo difensore delle terre selvagge ed incontaminate quando si trova all’opposizione, una volta ministro dell’ambiente ritiene che l’avanzata dei rifiuti vada contrastata con soluzioni innovative come il ripristino di una discarica a Pianura o il completamento dell’inceneritore di Acerra. D’altronde va detto che lui è paladino degli habitat selvaggi ed incontaminati – Pianura e Acerra si presentano, è vero, piuttosto selvagge, ma in quanto ad essere incontaminate, non ci siamo proprio.
Specismo e Antispecismo - saranno idee nuove, ma sono davvero buone idee?
Trovo non sia esatto che nessun movimento si stia immettendo nell'impopolare sentiero di cui si parla. Piuttosto bisogna prestare attenzione ai movimenti emergenti, alle correnti emergenti, e aprire un tantino la testa per riuscire ad avere una visione veramente a tutto tondo dei fenomeni che dobbiamo contrastare ma soprattutto delle loro cause. Che non lo stiano facendo partitito e politichini è normale. Praticamente tutte le ideologie attualmente istituzionalizzate sono obsolete e completamente inutili per affrontare i veri problemi dell'umanità. In un certo senso fin'ora abbiamo scherzato. Adesso il gioco è veramente duro, e quattro ideucce di destra o di sinistra si rivelano veramente ridicole rispetto al casino globale sempre più evidente. Servono idee nuove. Serve guardare in faccia la realtà. I tre salti indietro non sarebbero che un "metodo", l'unico forse, ma senza cambiare testa e avere una visione realista di cosa ci ha portato fino a questo delirio, non è un metodo attuabile. Per quel che mi riguarda la realtà si chiama "specismo", la testa che cambia "antispecismo", il metodo è da trovare e in fretta. I punti assolutamente da attuare: 1. Disarmo totale nucleare 2. Decrescita numerica di individui fino ad un massimo di un terzo del numero ad oggi registrato (ipotesi approsimativa di sostenibilità) 3. Disgregazione dei centri urbani 4. Tornare ad una economia di sussistenza tanti altri punti che non cito per non rovinare la cena a nessuno, tanto basta collegare il cervello per capire quali sono gli altri punti. E gli effetti più che ovvi. Ciao ciao alla play station e a tante altre cosucce. Lo so che a quelli col suv viene da ridere o l'ansia, ma bisognerebbe che pensassero a quanto siamo disposti a pagare quello che ora in maniera ridicola chiamiamo benessere e a fare pagare ai nostri figli, (e non necessariamente tra molto tempo) in termini di guerre, carestie, malattie da inquinamento, follia, mancanza di dignità. Saluti e baci Eva Melodia
Cara Eva Melodia,
spero tanto che tu abbia ragione e che quanta più gente è possibile riesca a percepire come il modello di vita che viene propagandato con modalità ossessive stia divenendo giorno per giorno una specie di bomba ad orologeria, che sarebbe poi quello che tu chiami "guardare in faccia la realtà". A dire il vero non so se si tratti di ideologie obsolete e se davvero servono "idee nuove". Come ho già scritto, l'internazionalismo non è certo un'idea nuova. Che l'abolizione delle frontiere sia uno dei compiti più urgenti per chi voglia tentare di avvicinarsi ad un mondo più tollerabile di questo non costituisce per niente un'intuizione recente, ma dovrebbe essere un patrimonio acquisito. E invece tutti a parlare di patria, di nazione, di tradizione, di etnie, come se fossero valori capaci di difenderci dall'assalto del capitale globalizzato.
Guardo alle "parole nuove" sempre con una certa diffidenza.
Urupia: la rappresentazione ingannatrice, ovvero come può un trattore divenire invisibile
“Contro lo sviluppo”: un passo avanti, tre salti indietro.
http://www.zmag.org/italy/badiale_bontempelli-controsviluppo.htm
L’articolo, scritto in genere con apprezzabile chiarezza, parte dalla constatazione che le forze politiche di ogni orientamento sostengono attivamente l’idea di crescita economica senza fine e contiene degli esempi stringati ed efficaci che evidenziano come equiparare il prodotto interno lordo di un paese al benessere dei suoi cittadini sia in buona sostanza erroneo, cosa che trovo del tutto condivisibile.
Ho trovato sorprendente che con presupposti di questo tipo gli autori siano giunti a delle conclusioni così moderate, ma pensandoci bene ciò non solo è normale, ma va tenuto presente che una grande eterogeneità di prospettive sarà quello che certamente ci troveremo di fronte se si diffonderà l’avversione allo sviluppo. Vale forse la pena quindi di evidenziare in modo schematico i punti che ho trovato deboli nel documento in questione.
Malatesta e il satiro
Invito a non interpretare quanto segue in termini etici (buon libertario vs. cattivo autoritario), bensì in una prospettiva realistica: se mi pare sufficientemente documentato che presupposti di tipo A hanno sempre portato a conseguenze di tipo B, ritengo altamente probabile che intenti molto simili porteranno a risultati analoghi. Forse era più semplice dire che la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni…
Se qualcuno ritiene che il pensiero di Malatesta vada seguito alla lettera e che criticarlo sia fuori luogo, dovrebbe riflettere sulla possibilità che il movimento libertario non sia un buon posto ove collocarsi. Di icone e profeti illuminati sono ben fornite molte sette, l'anarchismo può e deve farne a meno.
Con ciò non va dimenticato che erano tempi diversi dai nostri quelli che percorse Malatesta, anni nei quali la rivoluzione, l'insurrezione, non erano spettri lontani, ma avvenimenti che potevano concretizzarsi, e di fatto si concretizzavano, da un momento all'altro.
Solo a distrarsi un attimo ci si poteva trovare spiazzati o impreparati.
Corre in certi ambienti la leggenda ch'io sia stato l'organizzatore della "Settimana Rossa" del 1914. Grande onore per me, ma purtroppo non meritato![…]
In Ancona la mattina le truppe erano restate consegnate e non v'era stato nulla di grave. Nel pomeriggio vi fu un comizio nel locale dei repubblicani a Villa Rossa, e dopo che ebbero parlato oratori dei vari partiti e spiegato le ragioni della manifestazione, la folla incominciò ad uscire. Ma alla porta ci era la polizia che intimava di sciogliersi e di ritirarsi, mentre poi cordoni di carabinieri chiudevano tutte le strade per le quali si poteva andar via ed impedivano il passaggio. Ne nacque un conflitto; i carabinieri fecero fuoco ed ammazzarono tre giovani.
Immediatamente i tram cessarono di circolare, tutti i negozi si chiusero e lo sciopero generale si trovò attuato senza che ci fosse bisogno di deliberarlo e proclamarlo. L'indomani ed i giorni susseguenti Ancona si trovò in istato d'insurrezione potenziale. Dei negozi d'armi furono saccheggiati, delle partite di grano furono requisite, una specie di organizzazione per provvedere ai bisogni alimentari della popolazione si andava abbozzando. La città era piena di truppa, navi da guerra si trovavano nel porto, ma l'autorità pur facendo circolare grosse pattuglie, non osava reprimere, evidentemente perché non si sentiva sicura dell'obbedienza dei soldati e dei marinai. Infatti soldati e marinai fraternizzavano con il popolo; […] qua e là degli ufficiali erano sputacchiati e schiaffeggiati in presenza delle loro truppe e i soldati lasciavano fare e spesso incoraggiavano con cenni e con parole. Lo sciopero prendeva ogni giorno più il carattere di insurrezione, e già dei proclami dicevano chiaramente che non si trattava più di sciopero e che bisognava riorganizzare sopra nuove basi la vita cittadina. (1)
Yi Wa O - Andatevene e lasciateci in pace
Uno dei casi più significativi è quello della guerra che i nativi di Papua Ovest stanno combattendo contro l'esercito indonesiano, contro la distruzione della foresta e con questa del loro modo di vivere, contro la civiltà e contro lo sviluppo. Già in questo c'è a mio avviso una risposta al perché di tutto il silenzio che circonda quella carneficina. Evitiamo equivoci: tra gli abitanti delle foreste di Papua Ovest pochissimi si definiranno anarchici ed è altamente improbabile che qualcuno di loro abbia letto Bakunin o Malatesta.
You have won!
Venceremos, venceremos
mil cadenas habrá que romper
venceremos, venceremos
la miseria sabremos vencer! [1]
Tutta colpa degli anni ’70? Ma sì, furono anni lunghi e larghi, possiamo darla la colpa a loro, nessuno se ne avrà a male. Il desiderio di cambiamento era anche voglia di riscatto da una condizione di miseria – materiale o meno, di una trasformazione globale che facesse scomparire quel mondo affollato di fascisti ridipinti di biancofiore, di lavori indegnamente ripetitivi e salari che imponevano ad ogni finire del mese l’accorto conteggio della lira. Quel mondo insopportabile sarebbe stato sostituito – si auspicava – da panorami ecocompatibili con annessi bambini sorridenti, operai rudi ma soddisfatti, lavoratrici autodeterminate e materne, tutti sereni e intenti all’edificazione del nuovo ordine. A illuminare il tutto il sol dell’avvenire, grazie. La realizzazione di questo grazioso quadretto, retaggio tanto della peste cristiana quanto dei vaneggiamenti dell’immaterialismo storico, richiedeva una dura battaglia – e una vittoria completa. Venceremos, venceremos – cantavano i bravi musicanti cileni scampati per sorte alla mala fine del loro collega Victor Jara, e noi lì, con il pugno alzato, sotto il palco. Vincere non abbiamo vinto, solo che non ho capito bene cosa avremmo perso.
L'ubiquo Hamkin e i suoi beffardi cromosomi
La mattina del 19 agosto 2002 la signorina A.V. di anni 24 (oppure 22, a seconda dei giornali[1]) se ne stava per fatti suoi nella pineta di Campolecciano (oppure Chioma), ferma in auto con S.P. di anni 39, e mai avrebbe sospettato – e men che meno desiderato – che suo destino sarebbe in breve stato quello di trovarsi al centro di una complicata questione scientifico-poliziesca internazionale. Secondo ciò che riportarono i giornali del racconto dell'unico testimone (S.P.) pare che i fatti siano questi: un giovanotto biondo e aitante si avvicina munito di pistola e, parlando con difficoltà una lingua incomprensibile (oppure calmo e silenzioso esprimendosi a gesti) richiede dei soldi ai due, ottiene 120 euro e poi spara uccidendo A.V. A questo punto S.P. e il rapinatore ingaggiano una lotta relativamente cruenta durante la quale il rapinatore si prende una pietrata in faccia, perde la pistola che S.P. userà per sparare in aria, perde gli occhiali, perde un ciondolo, capelli, sangue etc. e poi riesce a scappare.
Un delitto che rischia di rimanere impunito, ma è a questo punto che entrano in campo, anzi, in laboratorio, le forze dell'ordine in camice bianco, la tecnobiologia al servizio della legge.
la comprensibile esistenza di una musica inaccettabile
Ho scritto questo articolo circa dieci anni fa (per la precisione, alla fine del 1996) per chiarire alcuni luoghi comuni sulla musica napoletana contemporanea e perché tutti quelli che ne parlavano dimostravano di non conoscerla, di non averla mai ascoltata con attenzione e di conseguanza dicevano un sacco di sciocchezze. Anche se un po' datato - in dieci anni cambiano tante cose (Mario Merola era vivo, Gigi D'Alessio era totalmente ignoto al di fuori del suo contesto e così via) - e con qualche piccolo errore, l'articolo resta secondo me ancora valido nell'affrontare da un punto di vista materiale e funzionale un'espressione culturale di massa. Divenne il capitolo di un libro che ebbe vendite scarse, però fu letto da un giornalista de "Il Mattino", Federico Vacalebre, che riprese il termine che avevo coniato, cioè "neomelodica", nei suoi articoli e anche in un libro (citandolo correttamente). Con mia grandissima sorpresa una parola messa lì per colmare un vuoto terminologico, ma senza grandi pretese, divenne in pochissimo tempo un termine diffusissimo e radicato nel linguaggio. Ancora oggi quando mi capita di raccontare a qualcuno che sono io il "colpevole" dell'esistenza del vocabolo ho l'impressione di non essere creduto. Dimenticavo, mi avevano detto che mi pagavano (500mila lire), e non l'hanno mai fatto, e ciò fu forse un bene: ho capito che andare a questuare per farmi dare i soldi che mi spettano per un lavoro non è arte mia. Così si estinse ogni pur vaga ambizione di fare il giornalista. (G.A., giugno 2007)
LA COMPRENSIBILE ESISTENZA DI UNA MUSICA INACCETTABILE
Invito ad un piccolo esperimento domestico
La modesta dimostrazione che viene qui di seguito illustrata richiede pochi elementi: un qualsiasi apparecchio radiofonico in grado di captare le stazioni che trasmettono in modulazione di frequenza, un posto ove l'ascolto di tale apparecchio sia ordinario - casa, luogo di lavoro, se compatibile con la diffusione di musica, sedi di associazioni a carattere culturale, ricreativo o politico, e così via - e, infine, una o più cavie umane. Le cavie ideali dovrebbero appartenere a quella consistente fetta di popolazione che ha compiuto studi medio-superiori o universitari, democratica e/o progressista, di certo antirazzista. Vanno bene anche i rivoluzionari, se vi riesce di trovarne. L'importante è che le cavie dedichino una certa attenzione e una parte del loro tempo al consumo culturale, che siano gente che legge, vede, ascolta: sono presumibilmente le persone che ti circondano quotidianamente, o lettore. Dimenticavo, è necessario che ci si trovi a Napoli, o nei suoi dintorni.
Poni il sintonizzatore in corrispondenza delle emittenti che mettono in onda la musica più banale, più commerciale, più scontata che riesci a trovare (non essere sleale, Radio Maria non vale). Fai sì che vengano ascoltati Ramazzotti, Baglioni, Masini o quell'infinità di musiche dance e di gruppetti similpop e falsorock di lingua inglese, tutti uguali e tutti identicamente noiosi. Le tue cavie non avranno, generalmente, alcuna reazione, oppure chiederanno più o meno cortesemente di cambiare stazione, magari lamentandosi che la radio non manda mai niente di buono e ho capito domani porto io delle cassette. Si fermeranno su un De Gregori e dopo De Gregori pubblicità e poi ecco Concato e pace.
Prova invece, in un giorno successivo, a fermarti su una a caso di quelle decine e decine di microradio che mandano Ida Rendano, Ciro Ricci, Nino D'Angelo, Franco Ricciardi, Carmelo Zappulla: all'impatto la cavia reagirà con raccapriccio maldissimulato o con manifesto disgusto, l'espressione più moderata sarà "ma che cazzo ti senti?!", l'eventuale silenzio sarà imbarazzato o esterrefatto.
Cosa è mai successo? È successo che la tua cavia ha incontrato ciò che sente diverso da lei ma ne lambisce e a tratti ne condivide il territorio di appartenenza, ha toccato con le orecchie una musica brutta, sporca e cattiva, una musica inaccettabile, la musica dei tamarri. La tua cavia non lo sà, ma è impregnata fino al midollo di un invincibile razzismo culturale.
Lo strano caso del signor Crawford
Lo strano caso del signor Crawford
Deve essere per forza capitato anche a voi, per lo meno a molti di voi. Una discussione con una persona conosciuta da poco, o anche un amico al quale non avete mai reso chiara la vostra insofferenza verso il controllo sociale, l'industrializzazione, il consumo coatto.
A un certo punto vi sarà giunta alle orecchie l'osservazione cruciale: "ma per essere veramente coerente con quello che dici dovresti andartene su una montagna a fare l'eremita!" – che in effetti potrebbe sembrare una soluzione. Andarsene in una landa negletta, trovarsi una caverna disabitata da qualche decina di migliaia di anni e darci un taglio con le bollette, la dichiarazione dei redditi, il capoufficio, il caporeparto, l'ici, l'iva, l'irpef, le micropolveri nell'aria e nei polmoni, gli ogm, il telefonino, le schede elettorali, i politici, le guardie… impegnativa, è vero, ma mica male come idea.
Con passo allegro e risoluto, verso l’abisso
Per anni è stata ripetuta un’immagine, una domanda retorica che descriveva una possibilità che appariva catastrofica ma lontana, e in fondo in fondo irrealizzabile. Chiara, chiarissima e poco credibile: “Cosa succederà quando un miliardo di cinesi vorranno avere gli stessi consumi delle nazioni industrializzate?”.
La risposta stava in un sospiro, sopracciglio sollevato e una finta aria preoccupata. I documentari sulla produzione in Cina che passavano in televisione a tarda sera mostravano che il problema principale dell’apparato politico, e dunque di quello produttivo, era di trovare una collocazione alla manodopera in eccedenza. Erano delle figure bizzarre, esotiche ed obsolete, quelle degli operai e operaie dagli occhi sottili che compivano gesti, come confezionare cibi manualmente, che già da anni nelle fabbriche occidentali erano completamente scomparsi, sostituiti dalla meccanizzazione. Usciti dalla fabbrica i lavoratori cinesi non salivano in automobile ma inforcavano la bicicletta, lasciandoci tranquilli riguardo le loro emissioni nell’atmosfera – insomma, gente arretrata, che inquinava poco. Erano tanti, è vero, ma si sapeva che i cinesi si spostavano con discrezione, dopo i minacciosi flussi migratorî dell’ottocento (a un certo punto, con il Chinese Exclusion Act del 1882, i governanti statunitensi avevano addirittura bloccato l’immigrazione cinese) – e il grande timoniere preferiva tenerseli tutti in casa.
Ordunque, come dovrebbe essere ben noto, ci sono alcune novità.
Per prima cosa i consumi delle nazioni industrializzate e postindustriali, che già parevano sproporzionati e insostenibili 20 anni fa non si sono affatto stabilizzati, ma continuano a crescere. Benché la politica progressista e l’ecologismo moderato abbiano sottolineato con petulanza il bisogno di una diversa qualità della produzione non c’è alcuna evidenza di un percorso in tal senso. Per ogni materiale nocivo che viene proibito (come l’amianto) altri cento prodotti (ogm, antidepressivi, conservanti, vaccini, dolcificanti, solventi, campetti di calcio...) vengono sperimentati su popolazioni impossibilitate ad orientarsi a causa dalla sovrabbondanza di informazioni, quasi tutte errate o fuorvianti, e dunque incapaci di difendersi. Inoltre, pare che l’oriente abbia deciso di essere vivamente interessato ad uno stile di consumo occidentale. Ma siccome la concorrenza è impietosa e la crescita impetuosa, gli orientali hanno inevitabilmente peggiorato, da un punto di vista ambientale, le caratteristiche della produzione. E poi i cinesi non sono più un miliardo, ma un miliardo e duecento milioni, ai quali vanno sommati gli indiani, che sono un altro miliardo, per tacere di indonesiani, coreani e altre centinaia di milioni di persone che ambirebbero a cambiare automobili e vestiti e telefoni e televisori con la nostra stessa frequenza – gente affamata di merci deperibili, assetata di bevande gassate rinchiuse in bottiglie di polietilentereftalato.
Come devastatori noi visipallidi siamo ancora primi in classifica, ma non è detto che ci rimarremo per molto.
(Continua)
Diario di viaggio n. 2
Diario di Viaggio
di un cavernicolo vinilitico casualmente in transito nel millennio sbagliato
giugno 2006, n. 2
Cercatelo, registratelo o scaricatelo e poi venitemi a raccontare che effetto vi fa. L’inizio ricorda vagamente Imagine di John Lennon, con un piano elettrico e una chitarrina parimenti anemici che mettono in croce quattro accordi da falò dei boyscout. Subito dopo parte una voce che rimanda metà a Gianni Bella e metà a Dario Baldambembo e metà a Marco Ferradini e metà a Drupi. La musica sembra composta da Riccardo Cocciante in combutta con Antonello Venditti su commissione della casa discografica per farla cantare ai Dik Dik a San Remo ’72.
Il testo cominciava così: Sta nel fondo dei tuoi occhi / sulla punta delle labbra / sta nel corpo risvegliato / nella fine del peccato / nella curva dei tuoi fianchi/ nel calore del tuo seno / nel profondo del tuo ventre / nell’attendere il mattino...
Diario di viaggio n. 1
Diario di viaggio
di un cavernicolo vinilitico casualmente in transito nel millennio sbagliato
febbraio 2006, n. 1
Non era solo un oggetto materiale, molto di più. Era il centro del mondo lontano e libero che arrivava in casa con una copertina bronzea, apribile, 31 x 62 centimetri, un mezzo chilo scarso di cellulosa e cloruro di polivinile, suoni inauditi per noi ragazzini ultraperiferici. Sì lo so che le ossa di Hendrix da tempo biancheggiavano, e che loro erano semplicemente gli avamposti della retroguardia. Ma lo so oggi, allora pareva una porta che si spalancava su universi appena percepiti, e ciò non aveva prezzo. Anzi, ce l’aveva. Un lp costava, vi rammento, cinquemila lire – doppio, diecimila.
... persino i vermi timorosi e gli insetti minuscoli...
“Se vi ingegnate a moltiplicare archi, balestre frecce, reti e trappole a molla, gli uccelli spaventati fuggono in disordine nell’aria. Se vi ingegnate a moltiplicare ami, esche, reti e nasse, i pesci vengono turbati nell’acqua. Se vi ingegnate a moltiplicare picche, trappole e reti, i quadrupedi vengono disturbati nei terreni paludosi. (Continua)