“Contro lo sviluppo”: un passo avanti, tre salti indietro.

Stabilito e confermato che nessunissimo partito ha la minima intenzione di inserire nel proprio programma una qualche forma di progetto di interruzione dello sviluppo illimitato, e che neanche organizzazioni e associazioni varie sembrano disposte ad avventurarsi su questo irto ed impopolare sentiero, i critici e gli insofferenti si aggirano in ordine sparso, chi beandosi di un nobile isolamento ed auspicando una catastrofe abbastanza rapida da poter permettere di dire, alfine, “visto, l’avevo detto, io...” – chi invece cercando simpatie e teorizzando movimenti e affinità. Vanno senz’altro inseriti tra questi ultimi gli autori, Marino Badiale e Massimo Bontempelli, di un breve scritto dal titolo invitante: Contro lo sviluppo – Punti critici per una nuova forza politica, che potete trovare qui:

http://www.zmag.org/italy/badiale_bontempelli-controsviluppo.htm

L’articolo, scritto in genere con apprezzabile chiarezza, parte dalla constatazione che le forze politiche di ogni orientamento sostengono attivamente l’idea di crescita economica senza fine e contiene degli esempi stringati ed efficaci che evidenziano come equiparare il prodotto interno lordo di un paese al benessere dei suoi cittadini sia in buona sostanza erroneo, cosa che trovo del tutto condivisibile.
Ho trovato sorprendente che con presupposti di questo tipo gli autori siano giunti a delle conclusioni così moderate, ma pensandoci bene ciò non solo è normale, ma va tenuto presente che una grande eterogeneità di prospettive sarà quello che certamente ci troveremo di fronte se si diffonderà l’avversione allo sviluppo. Vale forse la pena quindi di evidenziare in modo schematico i punti che ho trovato deboli nel documento in questione.
 
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Malatesta e il satiro

Nelle brevi note che seguono ho cercato di evidenziare quelli che ritengo dei punti deboli del pensiero malatestiano in merito al rapporto tra la collettività ed alcuni individui che, a causa del loro agire, mettono in pericolo la pacifica convivenza. In parole povere sto parlando della sorte dei delinquenti recidivi dopo la rivoluzione. Non si tratta di un riesame storico, poiché di storici dei movimenti rivoluzionari e dell'anarchismo ve ne sono in discreto numero e ben più qualificati di me, ma di focalizzare una tematica che spesso si mostra insufficientemente definita in alcuni settori del movimento libertario.
Invito a non interpretare quanto segue in termini etici (buon libertario vs. cattivo autoritario), bensì in una prospettiva realistica: se mi pare sufficientemente documentato che presupposti di tipo A hanno sempre portato a conseguenze di tipo B, ritengo altamente probabile che intenti molto simili porteranno a risultati analoghi. Forse era più semplice dire che la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni…
Se qualcuno ritiene che il pensiero di Malatesta vada seguito alla lettera e che criticarlo sia fuori luogo, dovrebbe riflettere sulla possibilità che il movimento libertario non sia un buon posto ove collocarsi. Di icone e profeti illuminati sono ben fornite molte sette, l'anarchismo può e deve farne a meno.
Con ciò non va dimenticato che erano tempi diversi dai nostri quelli che percorse Malatesta, anni nei quali la rivoluzione, l'insurrezione, non erano spettri lontani, ma avvenimenti che potevano concretizzarsi, e di fatto si concretizzavano, da un momento all'altro.
Solo a distrarsi un attimo ci si poteva trovare spiazzati o impreparati.

Corre in certi ambienti la leggenda ch'io sia stato l'organizzatore della "Settimana Rossa" del 1914. Grande onore per me, ma purtroppo non meritato![…]
In Ancona la mattina le truppe erano restate consegnate e non v'era stato nulla di grave. Nel pomeriggio vi fu un comizio nel locale dei repubblicani a Villa Rossa, e dopo che ebbero parlato oratori dei vari partiti e spiegato le ragioni della manifestazione, la folla incominciò ad uscire. Ma alla porta ci era la polizia che intimava di sciogliersi e di ritirarsi, mentre poi cordoni di carabinieri chiudevano tutte le strade per le quali si poteva andar via ed impedivano il passaggio. Ne nacque un conflitto; i carabinieri fecero fuoco ed ammazzarono tre giovani.
Immediatamente i tram cessarono di circolare, tutti i negozi si chiusero e lo sciopero generale si trovò attuato senza che ci fosse bisogno di deliberarlo e proclamarlo. L'indomani ed i giorni susseguenti Ancona si trovò in istato d'insurrezione potenziale. Dei negozi d'armi furono saccheggiati, delle partite di grano furono requisite, una specie di organizzazione per provvedere ai bisogni alimentari della popolazione si andava abbozzando. La città era piena di truppa, navi da guerra si trovavano nel porto, ma l'autorità pur facendo circolare grosse pattuglie, non osava reprimere, evidentemente perché non si sentiva sicura dell'obbedienza dei soldati e dei marinai. Infatti soldati e marinai fraternizzavano con il popolo; […] qua e là degli ufficiali erano sputacchiati e schiaffeggiati in presenza delle loro truppe e i soldati lasciavano fare e spesso incoraggiavano con cenni e con parole. Lo sciopero prendeva ogni giorno più il carattere di insurrezione, e già dei proclami dicevano chiaramente che non si trattava più di sciopero e che bisognava riorganizzare sopra nuove basi la vita cittadina.
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