I talebani della crescita

Chissà se esistono davvero, i talebani afgani. Certo gente che si è definita con questo nome ci sarà, e i budda di Bamiyan qualcuno li avrà pure buttati giù, ma chi siano “davvero” questi talebani è arduo dirlo, impossibile da qui. Come se uno di Pechino volesse capire cos’è un cattolico italiano. Da lontano, superficialmente, sembra facile, poi a guardare da vicino si vede che senza l’appoggio degli americani i talebani non avrebbero avuto nessuna possibilità di prendere il potere ― eppure oggi ne sembrano feroci nemici. Chissà, forse andando in Afghanistan e restandoci per un po’ qualcosa in più si potrebbe capire, ma in fondo è anche questa un’illusione, poiché non è che uno viene in Italia, ascolta le ragioni e le motivazioni di un certo numero di eminenti e praticanti cattolici (Ruini, Della Sala, Buttiglione, Zanotelli, Formigoni, Andreotti…) si chiarisce le idee, anzi, se ne va più confuso di prima, soprattutto se desidera investigare sul loro agire. Però il termine ha riscosso una grande popolarità, cosicché oggi talebano va universalmente ad indicare una persona fanatica, intransigente, tendenzialmente aggressiva e sorda a qualsiasi motivazione che non collimi esattamente con il proprio apparato ideologico. Dunque, difficile dire che mai vorranno i talebani afgani, ma in compenso si può sapere cosa vogliono, o almeno cosa esprimono, alcuni nostri talebani.
Il più impressionante  – per l’ossessione che l’ha pervaso durante la campagna elettorale – è stato il capo del partito democratico, Walter Veltroni, il quale si è proposto come candidato numero uno all’ambita carica di gran mullah dei talebani della crescita. Ovviamente proviene dalle file del partito comunista - burocrate della fgci negli anni settanta, poi burocrate del pci negli anni ottanta – e altrettanto ovviamente negli anni novanta ha asserito di non essere mai stato comunista. Uno di cui potersi fidare.