I talebani della crescita

Chissà se esistono davvero, i talebani afgani. Certo gente che si è definita con questo nome ci sarà, e i budda di Bamiyan qualcuno li avrà pure buttati giù, ma chi siano “davvero” questi talebani è arduo dirlo, impossibile da qui. Come se uno di Pechino volesse capire cos’è un cattolico italiano. Da lontano, superficialmente, sembra facile, poi a guardare da vicino si vede che senza l’appoggio degli americani i talebani non avrebbero avuto nessuna possibilità di prendere il potere ― eppure oggi ne sembrano feroci nemici. Chissà, forse andando in Afghanistan e restandoci per un po’ qualcosa in più si potrebbe capire, ma in fondo è anche questa un’illusione, poiché non è che uno viene in Italia, ascolta le ragioni e le motivazioni di un certo numero di eminenti e praticanti cattolici (Ruini, Della Sala, Buttiglione, Zanotelli, Formigoni, Andreotti…) si chiarisce le idee, anzi, se ne va più confuso di prima, soprattutto se desidera investigare sul loro agire. Però il termine ha riscosso una grande popolarità, cosicché oggi talebano va universalmente ad indicare una persona fanatica, intransigente, tendenzialmente aggressiva e sorda a qualsiasi motivazione che non collimi esattamente con il proprio apparato ideologico. Dunque, difficile dire che mai vorranno i talebani afgani, ma in compenso si può sapere cosa vogliono, o almeno cosa esprimono, alcuni nostri talebani.
Il più impressionante  – per l’ossessione che l’ha pervaso durante la campagna elettorale – è stato il capo del partito democratico, Walter Veltroni, il quale si è proposto come candidato numero uno all’ambita carica di gran mullah dei talebani della crescita. Ovviamente proviene dalle file del partito comunista - burocrate della fgci negli anni settanta, poi burocrate del pci negli anni ottanta – e altrettanto ovviamente negli anni novanta ha asserito di non essere mai stato comunista. Uno di cui potersi fidare.
 

Appello elettorale

Napoli, Aprile 2008

Nonostante le apparenze la situazione, benché di non facile interpretazione, o forse proprio perché di non facile interpretazione, induce ad un cauto ottimismo. Ciò sia per le innovazioni che questi tempi ci stanno proponendo, sia per la rassicurante ed incoraggiante continuità con il passato.
Tanto per cominciare il centrosinistra ha governato per ben due anni  e noi siamo ancora vivi.
Non solo, ma abbiamo pure imparato un sacco di cose.
Per esempio, abbiamo imparato che un compagno verde ecologista, strenuo difensore delle terre selvagge ed incontaminate quando si trova all’opposizione, una volta ministro dell’ambiente ritiene che l’avanzata dei rifiuti vada contrastata con soluzioni innovative come il ripristino di una  discarica a Pianura o il completamento dell’inceneritore di Acerra. D’altronde va detto che lui è paladino degli habitat selvaggi ed incontaminati – Pianura e Acerra si presentano, è vero, piuttosto selvagge, ma in quanto ad essere incontaminate, non ci siamo proprio.
 

Malatesta e il satiro

Nelle brevi note che seguono ho cercato di evidenziare quelli che ritengo dei punti deboli del pensiero malatestiano in merito al rapporto tra la collettività ed alcuni individui che, a causa del loro agire, mettono in pericolo la pacifica convivenza. In parole povere sto parlando della sorte dei delinquenti recidivi dopo la rivoluzione. Non si tratta di un riesame storico, poiché di storici dei movimenti rivoluzionari e dell'anarchismo ve ne sono in discreto numero e ben più qualificati di me, ma di focalizzare una tematica che spesso si mostra insufficientemente definita in alcuni settori del movimento libertario.
Invito a non interpretare quanto segue in termini etici (buon libertario vs. cattivo autoritario), bensì in una prospettiva realistica: se mi pare sufficientemente documentato che presupposti di tipo A hanno sempre portato a conseguenze di tipo B, ritengo altamente probabile che intenti molto simili porteranno a risultati analoghi. Forse era più semplice dire che la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni…
Se qualcuno ritiene che il pensiero di Malatesta vada seguito alla lettera e che criticarlo sia fuori luogo, dovrebbe riflettere sulla possibilità che il movimento libertario non sia un buon posto ove collocarsi. Di icone e profeti illuminati sono ben fornite molte sette, l'anarchismo può e deve farne a meno.
Con ciò non va dimenticato che erano tempi diversi dai nostri quelli che percorse Malatesta, anni nei quali la rivoluzione, l'insurrezione, non erano spettri lontani, ma avvenimenti che potevano concretizzarsi, e di fatto si concretizzavano, da un momento all'altro.
Solo a distrarsi un attimo ci si poteva trovare spiazzati o impreparati.

Corre in certi ambienti la leggenda ch'io sia stato l'organizzatore della "Settimana Rossa" del 1914. Grande onore per me, ma purtroppo non meritato![…]
In Ancona la mattina le truppe erano restate consegnate e non v'era stato nulla di grave. Nel pomeriggio vi fu un comizio nel locale dei repubblicani a Villa Rossa, e dopo che ebbero parlato oratori dei vari partiti e spiegato le ragioni della manifestazione, la folla incominciò ad uscire. Ma alla porta ci era la polizia che intimava di sciogliersi e di ritirarsi, mentre poi cordoni di carabinieri chiudevano tutte le strade per le quali si poteva andar via ed impedivano il passaggio. Ne nacque un conflitto; i carabinieri fecero fuoco ed ammazzarono tre giovani.
Immediatamente i tram cessarono di circolare, tutti i negozi si chiusero e lo sciopero generale si trovò attuato senza che ci fosse bisogno di deliberarlo e proclamarlo. L'indomani ed i giorni susseguenti Ancona si trovò in istato d'insurrezione potenziale. Dei negozi d'armi furono saccheggiati, delle partite di grano furono requisite, una specie di organizzazione per provvedere ai bisogni alimentari della popolazione si andava abbozzando. La città era piena di truppa, navi da guerra si trovavano nel porto, ma l'autorità pur facendo circolare grosse pattuglie, non osava reprimere, evidentemente perché non si sentiva sicura dell'obbedienza dei soldati e dei marinai. Infatti soldati e marinai fraternizzavano con il popolo; […] qua e là degli ufficiali erano sputacchiati e schiaffeggiati in presenza delle loro truppe e i soldati lasciavano fare e spesso incoraggiavano con cenni e con parole. Lo sciopero prendeva ogni giorno più il carattere di insurrezione, e già dei proclami dicevano chiaramente che non si trattava più di sciopero e che bisognava riorganizzare sopra nuove basi la vita cittadina.
(1)
 (Continua)


You have won!

Venceremos, venceremos
mil cadenas habrá que romper
venceremos, venceremos
la miseria sabremos vencer!
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Tutta colpa degli anni ’70? Ma sì, furono anni lunghi e larghi, possiamo darla la colpa a loro, nessuno se ne avrà a male. Il desiderio di cambiamento era anche voglia di riscatto da una condizione di miseria – materiale o meno, di una trasformazione globale che facesse scomparire quel mondo affollato di fascisti ridipinti di biancofiore, di lavori indegnamente ripetitivi e salari che imponevano ad ogni finire del mese l’accorto conteggio della lira. Quel mondo insopportabile sarebbe stato sostituito – si auspicava – da panorami ecocompatibili con annessi bambini sorridenti, operai rudi ma soddisfatti, lavoratrici autodeterminate e materne, tutti sereni e intenti all’edificazione del nuovo ordine. A illuminare il tutto il sol dell’avvenire, grazie. La realizzazione di questo grazioso quadretto, retaggio tanto della peste cristiana quanto dei vaneggiamenti dell’immaterialismo storico, richiedeva una dura battaglia – e una vittoria completa. Venceremos, venceremos – cantavano i bravi musicanti cileni scampati per sorte alla mala fine del loro collega Victor Jara, e noi lì, con il pugno alzato, sotto il palco. Vincere non abbiamo vinto, solo che non ho capito bene cosa avremmo perso.
 (Continua)