Urupia – L’azienda (“azienda”? ma che schifezza!)

Una mia personalissima selezione di estratti da documenti pubblici di Urupia diffusi in anni passati e in parte ingiustamente dimenticati  (G.A.)

 Da: Lettera aperta di Urupia, Luglio 1997 – Senza dineria, grande miseria

Dal punto di vista economico l’ultimo anno si è rivelato abbastanza tranquillo. Abbiamo potuto godere di varie entrate da parte delle comunarde (eredità, aumento della pensione, vendita di una casa) e di alcuni crediti a condizioni favorevoli che ci hanno dato una discreta tranquillità e soprattutto la possibilità di fare altri investimenti (il nuovo sistema d’irrigazione, l’acquisto e la riparazione di varie macchine agricole), nell’attività di ristrutturazione e nella realizzazione del nuovo forno.

Le prospettive hanno però un suono meno tranquillo. Le entrate (sia delle pensioni, sia delle nostre attività produttive) dovrebbero coprire la sopravvivenza della nostra comune e, con l’aumento della resa nei vari settori dell’agricoltura, dovremmo anche essere in grado di rimborsare man mano i vari crediti amichevoli che ci hanno aiutato a creare e sviluppare il progetto Urupia.

L’inquietudine arriva dal fatto che tra qualche mese resteremo senza una riserva economica, sempre necessaria per affrontare eventi non previsti come seri problemi di salute, calamità naturali capaci di distruggere una o più colture come è successo, per esempio, a varie aziende agricole del Sud nel corso dell’ultima primavera (forti gelate hanno distrutto, in molti casi, tutta la produzione agricola dell’anno. Per una grande fortuna, la nostra vigna non ha subito alcun danno. Rimarremo anche senza riserve per continuare negli investimenti già destinati alla ristrutturazione della masseria (che abbiamo in pratica sospeso all’inizio dell’anno scorso e che desideriamo riprendere nella prossima primavera per garantire a tutte le comunarde un minimo di tranquillità personale). Ma anche investimenti destinati al miglioramento delle condizioni lavorative, con la creazione di nuovi laboratori (falegnameria, prodotti caseari, etc.) capaci di accrescere il livello di autosufficienza economica, alimentare e materiale in genere (acquisito delle mucche, costruzione di una stalla, acquisto delle attrezzature per la trasformazione del latte).

È evidente che la maggiore autosufficienza ci aprirebbe grandi spazi per l’organizzazione degli interventi sociali e politici sul territorio, ma anche interni alla comune (come la Casa delle assemblee per convegni, seminari, etc.); del resto, anche in questo campo occorreranno notevoli risorse economiche.

Crediamo anche che la eccessiva dipendenza della nostra economia dell’agricoltura costituisca un serio problema: per i pericoli legati alle sempre possibili calamità naturali, per la continua svalutazione dell’agricoltura e, di conseguenza, per la relazione di merda tra energie spese ed entrate realizzabili e le poche possibilità che offre il mercato regionale.

Di solito, nella vita ci sono almeno due possibilità.

Possiamo rinunciare per un altro periodo ad alcune comodità personali, ad un miglioramento delle nostre condizioni di vita ed accontentarci di aumentare piano piano la produttività nei settori già esistenti, senza grandi investimenti. Avremmo per i prossimi anni la prospettiva di uno sviluppo piuttosto modesto che ci darebbe anche la possibilità di valutare con calma e con maggiore profondità le prospettive di un’economia basata soprattutto sull’agricoltura, con l’accettazione del pericolo di viaggiare sempre sul filo del rasoio, senza riserve e con lo stress individuale causato dalle precarie condizioni di vita.

L’alternativa – al momento ancora ipotetica – sarebbe la ricerca di altri crediti di dimensione abbastanza ampia che ci permetterebbero gli investimenti già programmati  e di conseguenza sia un arricchimento della nostra tranquillità e dell’equilibrio sociale sia un incremento più rapido della produttività e del livello di autosufficienza.

Questa strada più veloce implica due problemi: occorrono anche maggiori energie lavorative (allora richiediamo un sostegno molto forte al nostro progetto dall’esterno); l’altro problema è relativo alla poca esperienza che ancora abbiamo nell’attività di distribuzione dei nostri prodotti. Cioè, è possibile distribuire quantitativi più alti? Esiste davvero questo mercato alternativo?

In questo periodo siamo nel mezzo di queste discussioni e nell’analisi delle strade da seguire, saremmo contente di sentire valutazioni e proposte da parte delle amiche e degli amici che sostengono  Urupia. Una cosa è sempre più chiara: qualsiasi strada sceglieremo, siamo e saremo ancora per i prossimi anni dipendenti dal vostro sostegno sia a livello lavorativo che economico.

Da: La comune Urupia. Catalogo 1997 – L’olio

L’uliveto di Urupia conta al momento circa 400 piante in produzione divise a metà tra le varietà “Ogliarola salentina” e “Cellina di Nardò” (o Saracena), più un centinaio di piante giovani (di 4 o 5 anni) di diverse varietà di olive da mensa (“Cima di Melfi”, “Nociara”, “Grossa di Spagna”, “Sant’Agostino”, ecc.).

Quasi tutte le piante secolari (“vecchie” cioè più di due secoli) sono ciò che rimane di un meraviglioso uliveto di circa 3000 piante distrutto dai precedenti proprietari dell’azienda. Totalmente “rimondate” nei due anni passati, esse garantiscono finora una produzione minima rispetto alle loro capacità (alcuni alberi possono produrre più di due quintali a testa).

I trattamenti contro le varie malattie crittogamiche e i più pericolosi fitofagi sono ridotti al minimo (se non addirittura resi inutili) grazie ad un ecosistema ricco di difese naturali e ad una fauna naturale “antagonista” utile, il cui sviluppo è stato protetto e facilitato in questi ultimi anni prima dallo stato di abbandono dell’azienda e poi dalle tecniche colturali biologiche, che si limitano praticamente alle lavorazioni meccaniche superficiali del terreno e ad oculate operazioni di potatura. Le olive vengono raccolte a mano al momento dell’invaiatura, quindi scaricate su larghe reti poste sotto l’albero tramite l’ausilio di appositi “pettini”.

La difficoltà dell’operazione diventa evidente se si pensa che alcune piante sono alte più di otto metri (e, prima della rimonda, erano ancora più difficili da “scalare”).

L’olio viene estratto rigorosamente a freddo, sia in impianti tradizionali, con molazze e presse, che in impianti a sistema continuo moderno, per centrifugazione; viene quindi conservato, in ambiente a temperatura controllata, solamente in tini di acciaio o in contenitori di vetro. […]

Da: Comune Urupia. Braccia rubate ad un’agricoltura che non c’è (quasi) piùEstenuante e virtuosa Bollettino Estate 2002.

Il problema della forma giuridica in generale e della cooperativa in particolare si pose per la prima volta già nella fase di progettazione della comune agli inizi degli anni ’90. All’epoca, l’ipotesi della cooperativa fu scartata e si optò invece per la più generica e anonima forma dell’Associazione: un po’ perché l’obiettivo primario consisteva nel comprare terreni e “masseria” a titolo collettivo, un po’ perché la formula della cooperativa sembrava troppo impegnativa, non avendo ancora sotto gli occhi – le comunarde – i vari settori, agricoli e non, che si sarebbero in seguito sviluppati. L’esame di questo tipo di formula giuridica fu così rimandato ad un futuro più chiaro e consapevole di Urupia.

Coloro che conoscono Urupia lo sanno: molti cambiamenti e modifiche, qui, si avviano un po’ in sordina, vengono nominati un po’ qua e un po’ là, sono valutati anche informalmente da diversi punti di vista, per poi essere abbandonati o assurgere al rango di problema centrale sul quale bisogna arrivare ad una decisione. Il tutto con molta lentezza; una lentezza che, se da un lato appare estenuante, dall’altro – per la consapevolezza del gruppo – non può che essere quantomeno “virtuosa”. Così, anche il tema cooperativa si è riproposto negli ultimi tre o quattro anni in dialoghi informali tra comunarde e nel corso di diverse riunioni, fino ad acquisire una sua centralità negli ultimi due.

L’argomento viene affrontato non solo nei termini lasciati in sospeso nel passato – cioè come necessità di inquadramento giuridico – dovendosi considerare che la comune è molto cresciuta nelle sue potenzialità rispetto ai primi anni e che per la quantità di cose che succedono al suo interno si pongono oggettive difficoltà di gestione. La cooperativa viene considerata anche come “strumento politico” di azione del territorio.

Sette anni di “bagno nella vita contadina di San Marzano, Francavilla, Fragagnano, ecc.” ci hanno messo di fronte alla consapevolezza – non tutta nuova per chi di noi viveva già al Sud – che è puramente illusorio cambiare, con il solo intervento culturale, l’immobilismo mentale di una terra che vede le uniche possibilità di sopravvivenza nell’alienazione delle proprie forze e dei propri prodotti. Ci sembra illusoria la convinzione di poter modificare una mentalità abituata all’asservimento al padrone fondiario (che può essere anche la cooperativa vitivinicola di conferimento, che compra a prezzi stracciati), senza l’offerta di un’alternativa praticabile di autogestione economica della terra e della propria vita. La cooperativa, come forma giuridica, dà ad Urupia la possibilità di una collaborazione più fattiva con i contadini del posto e, quindi, di un’azione politica più incisiva sul territorio.

Purtuttavia, il percorso che ha portato le comunarde a trovare il consenso – verso la fine del 2001 – per la costituzione di una cooperativa non è stato facile, ma al contrario, problematico e a volte sofferto; molti sono stati i dubbi da dipanare – ed esistono tuttora! – soprattutto nella valutazione dei vantaggi e degli svantaggi: consideriamo molto il rischio di uno snaturamento politico dei fondamenti di Urupia (che comunque dipenderebbero solo da noi…); ci preoccupa come questa novità viene recepita nell’ambito della rete dei sostenitori “esterni” che da tempo collaborano con il loro fattivo impegno affinché Urupia esista e cresca; così come ci preoccupano le inevitabili trappole burocratiche e contabili, oltre che mantenere intatta la nostra libertà di azione.

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