Urupia – Quotidiano e politica

Una mia personalissima selezione di estratti da documenti pubblici di Urupia diffusi in anni passati e in parte ingiustamente dimenticati  (G.A.)

Da: C’è bisogno di persone diverse per fare una comune. Cinque anni di Urupia – una comune aperta nel Salento (a cura di Karin Berger & Frank Brexel), Maggio 2000.

– Quali sono per te i contenuti politici che si sono realizzati nella comune?

Elli – I cambiamenti politici non si fanno dall’alto. La politica inizia nel come organizzo il mio quotidiano, dai miei comportamenti quotidiani e questo per me è il punto di partenza per cambiare qualche cosa. Urupia dà la possibilità ad ognuno di cambiare. Poiché siamo una comune aperta esiste per molti la possibilità di viverlo in prima persona e anche di potersi decidere per una forma di vita del genere.

Karina – Mi considero una femminista che fa la contadina. Questo è politico perché per me la politica è ciò che faccio nella vita quotidiana, nel mio ambiente, come mi rapporto a chi sta di fronte, e mi sono sempre definita politicamente a partire da queste cose. Direi che attualmente faccio più politica che in Germania, perché ogni giorno vivo con molte persone, con ospiti che cambiano continuamente. Trasmetto ad un sacco di persone ciò che penso e questo è più di quanto mi aspettassi, però mi esaurisce anche.

Ciò che mi piace molto qui è che mi sento assolutamente libera di decidere cosa voglio fare. Alla fine quel che si fa è un prodotto di discussioni, forse anche di liti, di comunicazione. Questo mi piace, questa libertà di formulare ipotesi e di modificarle, giocare con esse e misurarsi con altre persone. “Tu ora me lo puoi dire mille volte e nonostante ciò non ti credo, perché penso che per stavolta lo facciamo così”: questo mi diverte molto, anche misurarmi con gli uomini italiani

Da: Comune Urupia. Braccia rubate ad un’agricoltura che non c’è (quasi) più. Bollettino Estate 2002.

Era un obiettivo questo, forse il più importante: che il quotidiano diventasse politica. E dopo sette anni davvero possiamo dire che la politica qui è soprattutto il nostro quotidiano.

Ma questo quotidiano in 7 anni è anche profondamente cambiato: siamo arrivate qui con un bagaglio di esperienze diverse e con un carico di progetti affascinanti, per ciò che riguardava la vita collettiva, le nostre attività lavorative, ma anche le nostre aspettative personali, le nostre aspirazioni. E, se una cosa più di tutte ha condizionato in questi anni la nostra esistenza, individuale e collettiva, e ha determinato la qualità e la direzione del nostro impegno politico, questa è stata – ce ne rendiamo conto – soprattutto il fatto che siamo diventate giorno per giorno, e sempre di più, una comune di contadine. La nostra vita oggi qui è legata alla terra, ai suoi cicli, ai suoi bisogni, alle sue risorse, alle sue possibilità. Dalla terra dipende la nostra sopravvivenza, nel rapporto con la terra troviamo il nostro equilibrio; essa condiziona i nostri rapporti sociali, è il punto di riferimento delle nostre riflessioni, la chiave di lettura delle nostre analisi politiche, il contesto nel quale realizziamo i nostri obiettivi.

Il concetto di “territorio” ha assunto per noi una dimensione molto definita e concreta; le disuguaglianze sociali trovano qui, nel disuguale utilizzo delle risorse, la loro principale ragion d’essere; il nostro agire politico non può oggi prescindere, qualsiasi forma esso assuma, dal nostro e dall’altrui rapporto con questo fondo materiale e concreto che chiamiamo terra.

Essere contadine per noi, oggi – basare cioè, in ultima analisi, la nostra sopravvivenza sulla cura dei campi e sulle risorse della terra – significa porci problemi di fondamentale importanza e agire rispetto ad essi: l’utilizzo delle risorse e delle energie; lo sfruttamento delle stesse (compresa la risorsa lavoro, delle donne e degli uomini); l’inquinamento ambientale; la proprietà della terra e dei mezzi di produzione; le scelte tecnologiche; le strategie alimentari; le guerre; i mercati.

Questa consapevolezza ci ha portate così – potremmo dire “naturalmente” – a confondere (proprio nel senso di mischiare, di fondere insieme) ancora di più la nostra identità politica con la nostra vita quotidiana: partite dal rifiuto del modello di vita capitalistico (lavoro salariato-denaro-consumo), una più matura valorizzazione della nostra terra ci ha spinto, già fin dal ’97, ad approfondire in misura sempre crescente un concetto di sussistenza che fino a pochi decenni fa rappresentava ancora la base dell’economia “naturale” in molte zone del mondo. Spinte da un forte bisogno di scambio con altre realtà contadine, abbiamo contribuito ormai più di tre anni fa alla nascita del c.i.r., una rete di realtà rurali sparse in varie regioni italiane.

Confidavamo nella costruzione di una forte rete di relazioni, che ci avrebbero permesso di uscire dagli ambiti ristretti e nascosti della nostra esperienza, per dare vita ad una voce pubblica di un’agricoltura “alternativa” che non si limitava solo alla pratica della coltivazione biologica, ma includeva anche numerosi aspetti sociali, ecologici, culturali e politici. Il C.I.R. – un gran bazar delle idee – ha sicuramente arricchito le nostre esperienze, ma ci ha anche permesso di constatare in questi ultimi anni le difficoltà e i forti limiti per le possibilità di dare maggiore concretezza al discorso di un’agricoltura contadina. I nostri rapporti con il mondo contadino che ci circonda si sono nel corso degli anni moltiplicati, ma rimaniamo tuttora per vari motivi sostanzialmente emarginate da questo mondo.

Anche se molti sono affascinati dalle nostre scelte, è ovvio che il “modello Urupia” non può essere percepito come proposta reale ad insoddisfazioni sentite. La forte svalutazione del lavoro agricolo e della figura del contadino nel contesto socio-culturale del Salento, inoltre, certamente non facilitano un discorso pubblico su un’agricoltura alternativa a quella industriale. D’altra parte, una maggiore conoscenza di queste difficoltà e di questi limiti, invece che spingerci  verso uno stato di rassegnazione, ha creato in noi la voglia di uscire fuori dalla nicchia dell’ambiente alternativo ed ha stimolato il bisogno di cercare nuove strade concrete che possano contribuire a fermare l’estinzione del mondo contadino, a dare lavoro, soddisfazione e un reddito onesto, a contrastare lo spopolamento delle campagne e l’abbandono dei terreni, a rivalutare il lavoro agricolo e la cultura contadina, a salvaguardare l’ambiente e la biodiversità…

Ovvio che i tempi per un percorso del genere saranno lunghi, forse anche troppo lunghi per la velocità con la quale la dinamica del capitalismo neoliberista sta cambiando il mondo; ma non per questo vi rinunceremo.

A questo punto, ci sembra utile uno sguardo veloce su alcuni cambiamenti in corso nel mondo che hanno trovato maggiore visibilità, grazie anche al movimento no-global, prima di entrare nello specifico del nostro territorio.

Negli ultimi decenni si è svolto in tutto il mondo un processo di inserimento dell’agricoltura nel commercio globale, favorito dall’industrializzazione delle attività agricole nell’interesse delle grandi multinazionali alimentari ed agrochimiche. Con la banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale, i grandi poteri del mondo (Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Italia, Francia e Inghilterra) hanno creato gli strumenti per lo sviluppo di questi processi, negli anni ‘70 e ’80, nei Paesi cosiddetti “sottosviluppati”.

Dall’inizio degli anni ’90 tutto ciò è proceduto con una velocità accelerata e con un’aggressività sempre maggiore. Attraverso una serie di contratti mondiali – come il GATT (contratto generale sul commercio internazionale, AoA (contratto per l’inserimento dell’agricoltura nel commercio globale e i trip (contratti sui diritti di proprietà sulle conoscenze intellettuali connesse al commercio) – e con la creazione del wto, l’organismo principale per il controllo del commercio globale, i grandi poteri hanno cercato di eliminare qualsiasi possibile ostacolo alla subordinazione dell’agricoltura agli interessi delle multinazionali.

Dopo un periodo di forti lotte anticolonialistiche negli anni ’50 e ’60, vissuto dai poteri economici e politici come disturbo ai propri interessi, è in atto oggi, nel nome del “progresso” e della “libertà”, una nuova aggressione colonialista, con l’espropriazione dei terreni e delle conoscenze, con la privatizzazione di tutte le risorse naturali e dei patrimoni culturali. La politica agraria neo-liberista sta distruggendo l’economia contadina di sussistenza ormai in tutti i paesi “sottosviluppati”, ha aumentato fame, povertà e miseria sociale e sta contribuendo quotidianamente alla morte di migliaia di persone: una guerra silenziosa.

D’altra parte, dall’inizio degli anni ’90 si sono anche sviluppate e rafforzate lotte e movimenti contadini di rilievo: ne è un esempio “Via Campesina” un’alleanza mondiale fra organizzazioni di braccianti e piccoli e medi contadini, che molto ha contribuito allo sviluppo del movimento no-global. L’agricoltura o l’alimentazione sono diventate, così, termini chiave del movimento anti-globalizzazione.

Il collegamento e la cooperazione fra movimenti del “Sud” e quelli del “Nord” del mondo hanno senz’altro portato a qualche risultato: oggi c’è sicuramente una consapevolezza maggiore dei processi della globalizzazione.

Il collegamento e la cooperazione fra movimenti del “Sud” e quelli del “Nord” del mondo hanno senz’altro portato a qualche risultato: oggi c’è sicuramente una consapevolezza maggiore dei processi della globalizzazione; si è riusciti a screditare sia il ruolo delle multinazionali che quello dei vari organismi del potere (Banca mondiale, FMI, WTO, G7, etc.) e anche a vincere qualche battaglia concreta. Rimane comunque una enorme differenza dei punti di partenza: l’economia e i tessuti socio-culturali nei paesi “sottosviluppati” hanno tuttora come base fondamentale l’agricoltura e come protagonisti i braccianti e i piccoli contadini che lottano per la loro sopravvivenza economica, sociale e culturale. Lì nasce anche la loro concretezza e radicalità – qualità che nei paesi ricchi finora si sono limitate a qualche manifestazione e a qualche lotta locale in periferia e che hanno trovato poche espressioni nel quotidiano.

Attualmente il movimento esprime piuttosto un dissenso culturale, con grandi difficoltà a riempire slogan come “un altro mondo è possibile” o quello del “pensare globalmente ed agire localmente”. La grande eterogeneità del movimento no-global vissuta in alcuni momenti (come a Genova) come ricchezza, nel quotidiano si esprime soprattutto come difficoltà. Il rapporto ambiguo con i modelli dominanti, politici economici e culturali della società capitalistica – vissuto anche da molti protagonisti del movimento – rende difficile una maggiore concretezza. Non è un caso che molti socialforum, nati dopo Genova con grande entusiasmo, già dopo pochi mesi si siano trovati in forte crisi.

Se i movimenti nei Paesi “sottosviluppati” vedono come protagonisti i contadini, manca nei paesi ricchi – salvo l’eccezione della “confederation paysanne” in Francia – una voce articolata che provenga dal mondo agricolo. Il processo di industrializzazione dell’agricoltura si è man mano, nell’arco degli ultimi decenni, in questi paesi quasi concluso. La popolazione agricola diminuisce giorno per giorno, i piccoli contadini sono sempre di meno, della cultura contadina si trova appena qualche traccia – e questi processi sono accompagnati da una forte svalutazione del lavoro agricolo. La pur crescente critica della subordinazione sempre più totale dell’alimentazione alla logica del massimo profitto, al modello dell’agricoltura industriale e alle esigenze delle grandi multinazionali del settore agro-chimico, si esprime così in maniera fortemente limitata in una protesta generalizzata e vaga priva di un soggetto capace di essere riferimento di un cambiamento concreto.

Il processo di estinzione del mondo contadino si evidenzia anche nella nostra regione. Ma sul nostro territorio – nel Salento – questo sviluppo avviene con un ritmo più lento. Tuttora l’agricoltura qui ha una importanza notevole. È ancora oggi il settore nel quale lavorano più persone, e il reddito di molte famiglie dipende ancora in qualche maniera dall’attività agricola. Diversamente già dal Nord della Puglia – dove, soprattutto con la politica della “Cassa per il Mezzogiorno”, si è realizzato un forte processo di industrializzazione dell’agricoltura – sul nostro territorio questo sviluppo è molto modesto. Il trattore ha sostituito l’asino o il cavallo, come la motozappa la zappa. Vengono prevalentemente coltivati terreni di estensioni molto ridotte – soprattutto con colture legnose (la vite e l’olivo) che richiedono un grande impegno lavorativo. Fino a pochi decenni fa l’agricoltura e la cultura contadina dominavano la nostra regione – un mondo caratterizzato da uno sfruttamento quasi medioevale, da povertà fame ed una rande miseria sociale, che nel secolo scorso hanno costretto grandi masse di contadini alla emigrazione. La vita contadina veniva percepita soprattutto in termini di destino e condanna ed era legata quasi esclusivamente alla pura sopravvivenza.

Nei decenni dopo la guerra, soprattutto il crescente riconoscimento del vino e dell’olio d’oliva e la richiesta maggiore di questi prodotti sul mercato hanno favorito l’aumento delle colture legnose e la produzione di beni alimentari di massa. Questo sviluppo ha garantito fino a qualche anno fa su larga scala una possibilità di sopravvivenza derivante dall’attività agricola; anche se per il continuo processo di perdita di valore delle materie prime agricole, il guadagno maggiore finiva sempre nelle tasche di chi trasformava e commercializzava il prodotto, e non in quelle del coltivatore. In ogni caso, le modeste dimensioni dei ricavi da attività agricole, la fatica fisica, le ore lavorative necessarie e la continua svalutazione del lavoro dei campi hanno contribuito a sviluppare un atteggiamento di netto rifiuto dell’attività agricola da parte delle giovani generazioni.

Chi oggi svolge quest’attività lo fa spesso part-time; il reddito ha carattere additivo e si aggiunge a pensioni, prestazioni per la disoccupazione, contributi agrari o redditi che provengono da altre attività lavorative. Soprattutto da parte dei giovani che coltivano i campi c’è una bassa identificazione con il proprio lavoro, un collocarsi agli ultimi posti della scala sociale. Chi sceglie questa attività la fa quasi sempre soltanto per necessità economiche ed in mancanza di alternative.

L’emarginazione sociale del mondo contadino e la sua svalutazione sono anche il risultato di un processo di disgregazione e di individualizzazione. I vari partiti e sindacati, le cooperative e le associazioni di categoria – che, pur non avendo mai avuto una forte importanza sul territorio, costituivano comunque almeno momenti di aggregazione e di contestazione nel mondo contadino – si sono allontanati o sono da esso addirittura scomparsi.

Ci troviamo quindi davanti ad una situazione nella quale braccianti e piccoli contadini sono ancora presenti in numero non irrilevante, ma nella quale per motivi storici e culturali non c’è un’identità positiva; c’è una scarsa tendenza alla sperimentazione e al cambiamento e una mancanza quasi totale di iniziative sociali e politiche che coinvolgano la popolazione agricola. I vari contributi della comunità europea favoriscono in linea di massima lo sviluppo delle grandi aziende e, anche se apparentemente contribuiscono a rallentare in certi casi il processo di abbandono delle campagne, certamente non offrono delle prospettive incoraggianti.

Si possono comprendere allora, dopo questo breve sguardo al nostro territoriale, le enormi difficoltà a difendere anche qui il concetto di un’agricoltura alternativa a quella industriale. Il nostro desiderio è che comunque Urupia continui anche nel futuro il suo percorso di laboratorio sociale e che sperimenti in vari modi strade alternative al modello dominante delle società capitalistiche.

Siamo più che mai convinte del nostro orientamento verso un’economia e una politica di sussistenza e ci impegneremo anche in futuro per rafforzare la rete di una distribuzione alternativa dei prodotti agricoli, perché non ci piace affatto la prospettiva di uno scambio puro tra merce e denaro.

Ma vogliamo parallelamente dirigere le nostre energie verso una apertura maggiore al nostro territorio, anche al di fuori dell’ambiente alternativo nel quale, dopo 7 anni, ci troviamo ben inserite e riconosciute con i nostri prodotti e le nostre idee. Ispirate sia dalla nostra esperienza concreta che dalle lotte contadine in altre parti del mondo, vogliamo contribuire alla diffusione del concetto di un’agricoltura contadina che cerchi di rivalutare il lavoro e i prodotti agricoli, di diffondere una cultura mutualistica e solidale nel mondo contadino, di salvaguardare l’ambiente e la biodiversità, contro il produttivismo dell’agricoltura industriale.

Il valore concreto dello slogan “un altro mondo è possibile” consiste per noi in maniera centrale nelle possibilità altrettanto concrete di fermare il processo di estinzione del mondo contadino. L’alimentazione è più di un semplice atto di sopravvivenza: nel mangiare l’essere umano esprime la propria cultura, la sua identificazione con il proprio territorio.

Cosa possiamo fare? In questo momento non siamo in grado di individuare delle strade ben precise. Perciò vorremmo impegnarci a contribuire ad una specie di ricerca collettiva pubblica che coinvolga tutte le persone aperte a qualche cambiamento nell’ambito dell’agricoltura: contadini, piccoli e medi agricoltori, commercianti alternativi e consumatori critici, associazioni culturali, militanti no-global, scienziati e professionisti curiosi e sensibili. Cercando di sfondare i muri che spesso dividono queste categorie tra di loro.

da: Lettera aperta dicembre 2008

[…] Accanto al nostro operare quotidiano cerchiamo di affiancare attività che portino un contributo a un approccio libertario ed autogestito; ci troviamo quindi ad organizzare iniziative pubbliche, ad accogliere gruppi e studenti, a intervenire in incontri aperti con l’intento di trasmettere la testimonianza che “si può”. È possibile riciclare l’acqua, è possibile produrre energia dal sole, è possibile cambiare vita, è possibile condividere i propri beni, è possibile organizzarsi in termini paritari….

Il mostro che vogliamo contrastare è immenso: nonostante la lotta impari cerchiamo di contribuire con i nostri piccoli passi alla creazione di una società libera e giusta, senza badare solo al nostro orticello.

In questo momento, e da parecchi mesi a questa parte, i nostri movimenti sono concentrati principalmente nella lotta all’ ampliamento di una discarica di rifiuti industriali ad alcuni chilometri da Urupia. E’ questo, purtroppo, un tema fin troppo attuale, soprattutto per quanto riguarda alcune zone del sud Italia, che sembrano essere state destinate – a tavolino – a latrina per la peggior specie di schifezze. Se il caso della Campania, Napoli in particolare, “gode”di una visibilità estrema, anche per motivi di spudorata propaganda, qui tutto sembra svolgersi in sordina. Eppure la situazione è grave, lo stato di degrado e abbandono del territorio sembrano legittimare interventi aggressivi e disastrosi che vengono presentati in modo ipocrita come migliorie, valorizzazioni, opportunità per un territorio povero, frammentato,perennemente vittima del ricatto occupazionale, impreparato a comprendere i rischi reali e le conseguenze che derivano dalla creazione di simili obbrobri. Il lavoro fatto all’interno della comunità di san Marzano, il paese maggiormente afflitto dal problema, da un gruppo di cittadini e cittadine di tutte le età ha creato un forte movimento di rifiuto della nuova discarica e anche nella vicina Grottaglie, sul cui territorio sorge l’impianto, è attivo da anni un agguerrito comitato: il coinvolgimento di questa popolazione non è purtroppo intenso come per San Marzano.

Partecipando a questa lotta abbiamo scoperto una realtà articolata, dove sono presenti le difficoltà relazionali e organizzative tipiche di ogni situazione allargata che si aggrega per un problema comune, tuttavia è ben visibile una forte istanza di autorganizzazione e di rinuncia alla delega.

Molti cittadini e cittadine stanno seguendo percorsi individuali e collettivi di formazione e consapevolezza sui temi ambientali ed ecologici – e la loro implicazione politica! – senza rimandare ad altri le decisioni da prendere o volersi sostituire alle istituzioni in carica: l’obiettivo è piuttosto di riappropriarsi del territorio trasformando la popolazione nell’ interlocutore primario per le decisioni che la riguardano.

Indubbiamente è un percorso lungo e ambizioso ma probabilmente l’unico che possa essere realmente efficace e duraturo. Noi ci saremo.

Intanto stiamo anche procedendo alla raccolta di dati sulle nostre acque e sui nostri prodotti: vogliamo certamente continuare a produrre alimenti puliti e, altrettanto certamente siamo interessate alla nostra e vostra salute… […]

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