Urupia – Il biologico

Una mia personalissima selezione di estratti da documenti pubblici di Urupia diffusi in anni passati e in parte ingiustamente dimenticati  (G.A.)

Da: Associazione Urupia – Consumatori consumisti. Anche se etici e naturali. In Pollicino Gnus 112, Reggio Emilia, Dicembre 2003.

[…] Come Urupia abbiamo iniziato otto anni fa a produrre alimenti che noi stessi chiamavamo biologici, riportando questa definizione anche nelle rudimentali etichette fotocopiate al momento delle spedizioni ai soci. Al tempo decidemmo anche di iscriverci a un ente di certificazione e di avere i contributi comunitari a sostegno dell’agricoltura biologica: uno dei pochissimi casi in cui abbiamo scelto di accedere a finanziamenti pubblici. Alla base di questa decisione c’era anche l’idea che un ente di riferimento avesse tra i suoi scopi l’offrire consulenze e consigli che a noi, privi di qualsiasi competenza specifica in campo agricolo, sarebbero stati assai utili. Negli anni abbiamo vissuto direttamente l’impossibilità di uno scambio di questo tipo e abbiamo cominciato a renderci conto di come una certificazione ottenuta dopo cinque anni di controlli praticamente inesistenti, non potesse garantire niente di affidabile. Sicuramente noi, che mai abbiamo commercializzato i nostri prodotti – Urupia è stata finora un’associazione culturale che distribuisce ai soci sostenitori – e mai abbiamo chiesto il marchio di certificazione, siamo stati controllati superficialmente in confronto ad altre aziende di natura commerciale. Ma il percorso che porta dalla conversione al biologico lo abbiamo fatto interamente ed è proprio in questo tempo che il terreno dovrebbe essere “ripulito” da residui dannosi. La nostra esperienza è che non c’è stata nessuna verifica concreta del nostro operato da parte dell’ente di riferimento. Nel 2001 abbiamo quindi scelto di non chiedere nessun marchio di certificazione  e di ritirare la nostra iscrizione all’ente comunicandolo con la lettera che si può leggere in calce a questo nostro contributo scritto.

Nel frattempo molto stava cambiando nel circuito del biologico, a anche molto in fretta.

La preoccupazione sulla sicurezza alimentare, legata soprattutto agli avvenimenti della “mucca pazza” e del pollo alla diossina e all’utilizzo di sementi modificate geneticamente, ha creato un certo movimento a livello di opinione pubblica che ha determinato un vivace dibattito anche a livello istituzionale. Se per il cittadino attento si pone il problema della possibilità di scelta tra mangiare Ogm e non Ogm, carne sana o malata, per l’occhio più critico il problema diventa ancora più ampio, spaziando dalla inevitabile contaminazione ambientale da Ogm e i danni legati all’allevamento industriale, fino al monopolio economico sul cibo. In questo calderone continuano a sguazzare le più diverse realtà, da partiti e  movimenti politici, organizzazioni ambientaliste fino alle varie organizzazioni di produttori agricoli contro o a favore di Ogm e mangimi vari, passando poi per la cinica questione della soglia di tolleranza di Ogm nei prodotti trasformati o di quale pezzo di mucca è meglio non mangiare… Tutto questo rumore su stampa e televisione, iniziative pubbliche ecc., accompagnato dallo sviluppo rapidissimo di un forte movimento di resistenza su scala internazionale, ha contribuito non poco alla fortuna del mercato biologico ed equo solidale in Italia.

La nostra valutazione è che la strada imboccata non sembra portare a buoni risultati.

Intanto la grande domanda di prodotti certificati bio ha determinato la conversione di molte aziende, un tempo convenzionali, in aziende biologiche che hanno trovato un vantaggioso sbocco di mercato e grandi contributi comunitari (nel frattempo, infatti, la Comunità Europea aumentava i fondi disponibili a questo scopo, attualmente esauriti) arricchendo, in molti casi, le tasche di chi già le aveva piene.

Inoltre la grande domanda ha ben aiutato chi vedeva la necessità – economica – di ridurre i tempi di conversione da agricoltura convenzionale a biologica certificata. Tutto questo ha significato una grande perdita di valore – forse anche nutrizionale – del prodotto bio, favorendo lo sviluppo di grossi distributori nazionali. Il risultato positivo per il consumatore è che attualmente il biologico costa, in rapporto, di sicuro meno di 10 anni fa. Ma, altrettanto sicuramente, sa venendo meno anche lo spirito che ha dato origine a questo movimento, nato in contrapposizione anche a una logica di mercato in cui molti produttori e acquirenti, ma anche distributori, non si volevano riconoscere e annullare. Negli ultimi anni, invece, le grosse catene bio hanno adattato i loro movimenti alle richieste di un mercato in forte espansione arrivando a offrire una gamma completa di prodotti che di diverso da quelli convenzionali hanno solo l’origine bio degli ingredienti.

Meglio di niente, sia chiaro.

Ma patatine, bibite, snack, caramelle – per non parlare poi dei surgelati, la cui tecnologia di produzione causa effetti devastanti per l’atmosfera – anche se preparati con materie prime più sane non mettono gran ché in discussione il modello alimentare usa e getta che ci circonda. Anche gli imballaggi, ormai, sono praticamente tutti di plastiche varie…Il rischio forte è che tutta questa disponibilità, “sana” ed etica – percorso molto simile lo possiamo vedere in alcune grosse centrali di distribuzione di commercio equo – metta a tacere le insofferenze di molti, facendoli rientrare in una categoria di consumatori piuttosto che in un’altra. Consumatori consumisti, anche se etici e naturali.

La scelta di grosse catene di distribuzione – Esselunga, Coop… – di introdurre linee bio a proprio marchio – ci può aiutare ad avere un’idea del giro economico attorno a questo settore; anche l’inserimento di linee di prodotti etici sembra rivelarsi una pianificata mossa pubblicitaria e la prova più evidente è la criticatissima operazione civetta praticata da Esselunga vendendo le banane, a marchio Ctm, sottocosto. Tutto questo sfruttando, senza alcun riconoscimento, il valore di un lavoro portato avanti dai tanti volontari che hanno creduto di dare, entrando nella grande distribuzione, opportunità maggiori a chi ha fondamentale bisogno di vendere i propri prodotti a prezzi dignitosi.

Ovviamente le grosse estensioni coltivate a biologico fanno abbassare i prezzi di mercato e richiedono l’utilizzo di concimi e trattamenti – spesso nocivi o letali anche per gli insetti utili – distribuiti anche da quelle stesse multinazionali che producono per l’agricoltura convenzionale.

Grandi produzioni richiedono anche una consistente manodopera la cui retribuzione non sempre è risultata cristallina, soprattutto in quei luoghi tanto ricchi di risorse naturali quanto poveri di strutture sociali organizzate.

Il prezzo più caro continueranno a pagarlo i piccoli produttori di ogni dove che si trovano, per le loro scelte, ad avere le mani piene di bietole, quando va bene; piene di calli in ogni caso e le tasche vuote. Le normative HACCP – sulle norme igieniche per la produzione di alimenti – rischiano di far sparire, e molti ci hanno già rinunciato, piccoli produttori tipici e naturali che per la qualità delle loro materie prime e del loro lavoro non hanno certo la possibilità di caricarsi di grandi investimenti per mettere a norma laboratori che non si ripagherebbero mai e che renderebbero asettiche le produzioni tipiche. Anche Urupia, scegliendo di are vita a una cooperativa che affianchi l’associazione nella distribuzione, si sta confrontando con regolamenti e atti burocratici mai finiti.

Tutto questo si muove lotte che cominciano a far sentire la loro voce e che, secondo noi, vanno accompagnate. Piccole e meno piccole organizzazioni contadine – di varia natura e origine – stanno lavorando su queste tematiche, in maniera senz’altro più mirata e costante di quanto lo faccia Urupia. Per quel che ci riguarda ciò che ci preme maggiormente divulgare in questo momento è lo spirito gestionario del nostro progetto siamo convinti che non esista nessun ente, nessuna istituzione, nessuna autorità che possa garantire per altri. La nostra certificazione, il nostro marchio siamo noi stessi, accompagnati da coloro che sostengono i nostri prodotti e, come noi, tutti coloro che vogliono aprire le loro realtà alla conoscenza delle modalità di lavoro, produzione e distribuzione. Solo il contatto diretto e la fiducia reciproca – e perché no – uno scambio di lavoro e competenze – possono farci recuperare un rapporto sano, etico e realmente sostenibile con il cibo quotidiano.

 Associazione Urupia

Pubblichiamo qui di seguito la lettera di recesso dall’associazione di controllo sul biologico che l’Associazione Urupia ha inviato nel 2002.

L’Associazione Urupia, come vi risulta dai diversi P.a.p. elaborati dai vostri tecnici nel corso di sei anni di affiliazione alla vostra associazione di controllo, è proprietaria di circa 24 ha tra vigneto, oliveto, seminativi, frutteti e orti vari condotti biologicamente. Ai vostri tecnici che ripetutamente hanno visitato e ispezionato i nostri terreni è stato chiaro fin dall’inizio che non abbiamo adottato il metodo biologico unicamente per accedere ai finanziamenti dei Reg. CEE2092/92 come è successo per tante aziende convenzionali. Per il nostro progetto il metodo biologico è stato solo un punto di partenza minimo, accanto al quale da sempre sperimentiamo altre pratiche e metodi che spesso con l’agricoltura “biologica” propriamente detta non hanno niente a che fare. Per noi il biologico, lungi dall’essere una finalità, è uno strumento, uno dei tanti che utilizziamo, che ci aiuta ad instaurare un rapporto diverso e più equilibrato con la terra, lontano dai meccanismi esautoranti e distruttivi dell’agricoltura industriale.

Il nostro impianto solare, il nostro impianto di fitodepurazione (primo in Italia, tra l’altro, di questo tipo) sono stati oggetto di ammirazione, tra gli altri anche dei vostri tecnici.

È a partire da queste nostre riflessioni, e attraverso lo scambio e il confronto avuto con altre realtà contadine del nostro territorio e a livello nazionale, con le quali abbiamo trovato profonde sintonie e ricchi stimoli, che siamo giunti alla decisione di sciogliere il contratto con il vostro organismo, uscendo di fatto da ogni tipo di meccanismo di controllo del biologico. In conseguenza con lo spirito del nostro progetto, che è prima di tutto un progetto sociale, ci teniamo a fornirvi le nostre motivazioni, che riteniamo fortemente politiche, perché possano essere occasione di riflessione e di scambio con voi e, attraverso la vostra rivista, anche con i vostri associati e lettori.

Rifiutiamo di far parte d quel rande calderone chiamato “biologico” che si riconosce nella certificazione ufficiale o nell’iscrizione ad un organismo di controllo in quanto magma indistinto dove predomina la logica del profitto (lo dimostra la riconversione di migliaia di aziende convenzionali al fine del reperimento dei finanziamenti). Secondo noi è andata smarrita quella pregnanza iniziale del termine “biologico” che voleva mettere in discussione anche i processi sociali di produzione. Fossilizzatosi in una mera garanzia di “sanità del prodotto”, il biologico è divenuto preda delle multinazionali e della grande distribuzione; dietro un prodotto biologico vengono perpetrati gli stessi meccanismo di sfruttamento umano, ambientale e delle risorse di sempre. Non ci interessa il “biologico ufficiale” perché non ci interessa il biologico come finalità.

Non riteniamo giusto che si debba pagare per produrre biologicamente. Non abbiamo mai pensato la nostra quota associativa come una tassa obbligatoria, un “tu mi paghi, io ti controllo”, ma come una remunerazione del lavoro delle persone. E da questo lavoro ci aspettavamo consulenza, formazione, consigli. Niente di ciò abbiamo potuto sperimentare; a distanza di sei anni ci sembra che l’evoluzione del biologico abbia creato organi di controllo che, ridotti ad una mera attività di compilazione di scartoffie, sono lontani da qualsiasi attività di formazione del produttore e del consumatore, ne possono garantire (vista la vastità del business) il normale affiancamento e controllo loro richiesto. Tutta la nostra esperienza produttiva-sociale-politica è caratterizzata dalla valorizzazione delle relazioni fondate sulla fiducia, ed anche con voi all’inizio, accanto alla possibilità di accedere ai finanziamenti, avevamo la speranza di costruire una collaborazione tutt’altro che formale.

Pur non effettuando a tuttora alcuna attività commerciale riteniamo anche nella relazione produttore/consumatore sia fondante la fiducia; non può esserci nessuna fiducia reale se non c’è una relazione diretta di conoscenza. Su questo si basa l’unico tipo di “certificazione” che riconosciamo veramente: una certificazione che si fonda sulla conoscenza diretta, che solo in base a questa tenda a garantire anche terzi non conosciuti, che svolga un lavoro politico culturale di documentazione teso a sensibilizzare il consumatore. Abbiamo centinaia di soci che vivono e lavorano con noi, che accedono quotidianamente ai processi di produzione e di trasformazione, che possono accedere quando vogliono ai nostri magazzini: questo è e sarà sempre di più la nostra certificazione.

Ribadiamo che questa non è per noi una scelta con una finalità economica, o comunque non solo: è per noi la naturale conseguenza della nostra scelta di promuovere un modo altro di vivere i rapporti con la terra, con le risorse, con le persone, dove scelte economiche e politiche vanno di pari passo. […]

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