Urupia: un’intervista inedita del 1996

non bisogna farsi ingannare dal numero delle comunarde, a tavola si è sempre molti di più,

Speravo che da qualche parte ci fosse ancora, ma dopo tanti anni e un paio di traslochi vai a capire dove sta, e invece, al quarto scavo tra i pacchi di carte che ho in casa, sono riuscito a riesumare un’intervista fatta ad Alessandra – e al tempo letta e approvata dalle comunarde – nella primavera del 1996. La rivista per la quale l’avevo fatta, una cosa inutile mezza da edicola e mezza da intellettuali, non la pubblicò perché la consegnai troppo tardi. La riporto integralmente, senza togliere neanche l’introduzione che feci allora, perché non l’ha praticamente letta nessuno e la considero un prezioso reperto archeologico sulla prima fase della comune, rivolto a un pubblico che si presumeva fosse a completo digiuno dell’argomento.

 

Nello scorso settembre il progetto Urupia, allora già entrato in fase di realizzazione pratica da cinque mesi, fu presentato alla Fiera dell’Autogestione, a Padova.

Il comunardo – so che il termine può apparire inconsueto, ma è quello che le persone che vivono in questa comune usano per chiamarsi – che parlava per prima cosa disse: “Vorrei dire che Urupia non è la Colonia Cecilia”. Non tutti sono tenuti a sapere che Cecilia era una comunità anarchica sperimentale che ebbe vita dal 1890 al 1894 in Paranà ad opera d contadini e operai italiani e che fu al centro di discussioni e polemiche sulla valenza di un simile tentativo1.

Se tale precisazione si era resa necessaria è perché, evidentemente, a distanza di un secolo tutto sembra essere cambiato ma alcuni problemi restano centrali: si può costituire una comune che non sia un’isola, felice o meno? Si può davvero mettere in discussione la struttura familiare? È possibile rinunciare alla proprietà personale?

Ho parlato di queste e altre cose con Alessandra, che vive a Urupia, tentando di dare, più che delle risposte, un quadro delle aspettative e delle soluzioni di vita che possono spingere alla scelta comunitaria. Quello che in nessun modo si può invece sapere è se un nuovo movimento comunitario, fortemente motivato da un desiderio di trasformazione globale e privo delle ingenuità ideologico/pratiche egli scorsi decenni, possa essere capace di innescare, attraverso un processo di contaminazione, un cambiamento profondo e a grande scala. Questa, al momento, non può che restare una speranza.

Giuseppe Aiello

 1 Per maggiori informazioni su Cecilia, la Biblioteca Franco Serantini ha ristampato recentemente Cecilia comunità anarchica sperimentale e Un episodio d’amore nella colonia Cecilia, di Giovanni Rossi, uno dei fondatori della comune. Una visione più generale del movimento comunitario si trova in L’utopia comunitaria, n. 3/89 del trimestrale Volontà. Il volume contiene un’ampia bibliografia.

Volevo sapere per prima cosa quali sono i percorsi delle persone che sono adesso a Urupia, a grandi linee.

– Il nucleo di Urupia è composto da diciassette persone, tra italiani e tedeschi. Il gruppo degli italiani, quasi tutto di origine salentina, è quasi tutto composto da gente che si conosce da diversi anni, e che ha condiviso delle esperienze politiche, l’esperienza della redazione di Senzapatria, di un percorso politico libertario. Anche il gruppo tedesco, che viene da esperienze politiche della sinistra radicale tedesca, si conosceva da tempo, alcuni di loro hanno vissuto in altri progetti di questo tipo, piccole comuni, in Germania. A un certo punto hanno deciso di trasferire queste esperienze in Italia, più specificamente in Salento. Venivano da anni in Italia, hanno conosciuto molta gente per vacanza o altro, Rolf ad esempio veniva per dei seminari teatrali. E questa cosa è partita da Rolf e Antje che una volta, mentre tornavano a Berlino, hanno pensato che avrebbero voluto invece rimanere, costruirsi una vita diversa unendo il desiderio di vivere in gruppo e la voglia di rimanere in Italia.

Hanno cominciato a cercare una masseria con un gruppo di persone, con le quali poi si è visto che avevano intenzioni diverse. Noi li abbiamo conosciuti nel 1991, perché cercavano informazioni sulle Mag, e quindi Gianfranco, Nerina e Agostino, che avevano queste informazioni, andarono a parlare con loro.

Così ci siamo conosciuti, loro che cercavano una masseria, noi che di una masseria parlavamo da anni, un sogno che non avremmo mai potuto realizzare, perché non c’era una lira. Ci siamo conosciuti e piano piano si è capito che gli altri italiani, quelli del vecchio gruppo, non avevano voglia di realizzare una comune, casomai più una casa in campagna. Quindi il vecchio gruppo si è sfasciato, è restato solo Tonio, e si è cominciato a lavorare a questa cosa, a tavolino.

– La concezione che poi si è sviluppata era già compiuta quando vi siete incontrati, italiani e tedeschi, da una delle due parti? Voglio dire, già si sapeva come sarebbe funzionata la cosa, bene o male?

 – No, c’è stato un primo seminario a Nederkaufungen, in Germania, dove c’è una comune molto grande, a cui hanno partecipato pochi del gruppo attuale. Quando sono tornati ci fu questo primo seminario in Italia, alla Scalilla, dove furono discussi davvero tutti gli aspetti di questa cosa, i temi della proprietà privata e tutto quello che poi è stato scritto nel primo documento, la Carta delle Libertà, che raccoglieva un pochino tutti i principî intorno ai quali veniva costruita la comune. Erano principî veramente discussi fino in fondo e accettati dal gruppo, che venivano in qualche modo fissati, chiaramente suscettibili di essere ridiscussi.

– Il modello delle comuni tedesche, come ispirazione, è stato determinante? Loro venivano da là, il primo seminario si è tenuto in Germania, c’è stata insomma una trasmissione forte di quelle esperienze nella vostra?

– Probabilmente come organizzazione sì, però in realtà io al primo seminario non c’ero e non lo so. Sicuramente i tedeschi del nostro gruppo avevano un’esperienza molto più lunga di gruppi. Tutti loro non hanno mai vissuto da soli, vivevano con altra gente, o hanno lavorato in gruppi femministi, in collettivi della sinistra radicale, o in delle comuni. Da parte nostra c’era una preparazione teorica, ma non c’era una pratica vissuta. Voglio dire, per noi questa è stata la prima esperienza di vita comunitaria. Sì, abbiamo vissuto con amici, ma non in comuni, dividendo un appartamento, che non è la stessa cosa.

Che cos’è il percorso politico, tuo e delle altre persone, che in una certa parte coincidono, a cui hai accennato, e che relazione c’è con la scelta di vita comunitaria?

– È chiaro che, almeno per la mia esperienza, se tu non credi certe cose non scegli di andare a vivere in una comune. Specularmente scegli di andare a vivere in una comune perché hai bisogno di dimostrare agli altri, ma soprattutto a te stesso, che quello che predichi, quello in cui credi, sia realizzabile. Parte del gruppo, anche se non tutto, dei salentini, a parte chi si conosceva da prima, si è formato intorno all’esperienza del Coordinamento Anarchico del Salento, e poi di Senzapatria, io li ho conosciuti in questi ambiti. Il fatto di scegliere di vivere in una comune dove non esiste la proprietà privata, dove c’è il principio del consenso, dove in qualche modo accetti di condividere tutti gli aspetti della tua quotidianità con altre quindici persone, è chiaro che non è casuale; c’è il desiderio di dimostrare la possibilità di un modello di vita differente.

Hai parlato di due cose particolarmente significative: non esiste la proprietà privata, e il principio del consenso. Spieghi bene queste due cose?

– L’abolizione della proprietà privata penso che è abbastanza chiara; noi abbiamo un’economia collettiva, non abbiamo soldi privati, proprietà private. Per ragioni burocratiche, dato che serve una persona giuridica, abbiamo fatto un’associazione che è proprietaria di tutti i beni. Nessuno di noi ha più la macchina o la casa personale. C’è una cassa comune dalla quale ognuno prende secondo le sue esigenze, e le entrate vanno tutte in questa cassa comune. Il principio del consenso è che non vengono prese decisioni se non all’unanimità. Si discute fino a quando non si trova un consenso; una persona ha diritto di veto, nel senso che anche se tutti sono d’accordo, meno uno, quello che non è d’accordo può bloccare la decisione e la discussione va avanti fino a quando non si raggiunge il consenso, Noi pensiamo che sia un modo per tutelare l’individualità.

Non funzionate quindi in maniera democratica.

– No, noi non crediamo nel principio di maggioranza.

La critica democratica a questo modo di agire è quella che ci si blocca e non si riesce ad andare avanti. Vi è capitato un caso del genere, in cui a qualcuno è sembrato che si dovesse forzare sulle individualità, o che il veto di qualcuno vi ha causato dei grossi problemi?

– No, non è mai successo. Sicuramente è una cosa che rallenta le decisioni, ma ritengo che sia una cosa giusta. Il gruppo in questo modo deve dare spazio a ognuno dei comunardi. Deve dare spazio ai dubbi, alle insicurezze, e in qualche modo rassicurare rispetto a tutte le decisioni. Deve quindi rallentare se uno del gruppo ha dei problemi ad andare veloce, quindi ridiscutere, ridiscutere ancora; cercare delle soluzioni, trovare un punto d’incontro. No, non ci sono mai stati problemi finora; certo, alcune discussioni sono state più lunghe di quanto lo sarebbero state se si fosse votato per alzata di mano, però abbiamo sempre raggiunto il consenso, alla fine anche velocemente. Alcune decisioni prese con il consenso di tutti sono poi state ridiscusse e modificate; quando con l’esperienza si è visto che la decisione presa non funzionava, l’abbiamo cambiata.

I problemi che sono quelli classici, riportati rispetto alle esperienze comunitarie, sono due, quello economico e quello delle relazioni interpersonali. Per la vostra esperienza confermi che sono questi i problemi principali, o ci sono altre cose?

– Io credo che questi siano i nodi storici, le cose fondamentali. I soldi sono un problema gravissimo. Noi tutto sommato abbiamo avuto una grossa solidarietà, dai compagni, dagli amici. Ci siamo rivolti a un certo tipo di persone, che poi sono i nostri amici, oltre ad essere i compagni. Abbiamo chiesto solidarietà a chi poteva condividere con noi un certo tipo di sogno, di prospettiva. I compagni hanno risposto con sottoscrizioni personali, hanno raccolto soldi nei centri sociali con delle iniziative, nei collettivi, un po’ in tutta Italia moltissimo anche in Germania.

Il fatto di avere un percorso politico ha avuto quindi anche un risvolto molto pratico, oltre a quello ideologico.

– Urupia in qualche modo sta realizzando i sogni di parecchia gente. Chi ancora non si è deciso a svoltare in questa direzione sa però che Urupia esiste, c’è un’esperienza concreta, bella, ancora, beh… poi vediamo. Questa gente ci sta dando una mano a farla esistere; se non ci fossero stati tanti compagni che sono venuti ad aiutarci, noi avremmo fatto un decimo del lavoro che è stato fatto. È stato un aiuto sia con i soldi che con il lavoro che con l’affetto, l’energia. Il fatto di essere riusciti a comprare assicura una continuità al progetto. Era stata discussa anche l’ipotesi di occupare o di affittare, ma è stata scartata immediatamente, perché non è una cosa che può finire tra tre mesi. Sapevamo già che il primo anno, o due o tre sarebbero stati molto difficili, e adesso infatti cominciano ad esserlo. Noi stiamo ricostruendo un posto che era totalmente abbandonato, stiamo recuperando la terra, stiamo ricostruendo la casa, stiamo costruendo dal niente cose necessarie e lo stiamo anche facendo in un’ottica del rispetto dell’ambiente, dell’energia riciclabile. Stiamo facendo le cose in modo da essere anche in questo senso un pochino un progetto pilota. Per esempio abbiamo scelto di fare l’impianto di fitodepurazione per il recupero delle acque di scarico che ci è costato molto, come lavoro e come soldi. Anche la ristrutturazione è importante farla in un certo modo, che è anche un investimento: il pannello solare messo oggi nel tempo ci farà risparmiare soldi.

Quindi è una scelta che non segue criteri di produttività a breve termine.

– È una scelta che richiede un investimento iniziale notevole, soldi che non abbiamo, non tutti. Quest’anno magari il riscaldamento non ci sarà, però l’anno prossimo metteremo i pannelli solari, o le caldaie a sansa. Le cose quindi sono lente e difficili. Insieme a queste c’è l’agricoltura biologica, la panificazione e la vinificazione biologica.

Passata questa fase di transizione su cosa si baserà il sostentamento economico delle persone che vivono a Urupia?

– Sull’agricoltura, sicuramente, perché abbiamo ventitrè ettari di terra, l’uliveto, la vigna, le api: poi c’è in progetto la falegnameria, dei laboratori artigianali, ceramica, tessuti e altre cose.

Poi la parte dei rapporti interpersonali.

– La parte dei rapporti interpersonali, dei rapporti affettivi, è importantissima, forse più importante del discorso economico; ed è la parte più spinosa, più difficile, perché si tratta di una convivenza gomito a gomito, 24 ore su 24, che richiede un lavoro enorme, un lavoro di autoeducazione alla convivenza, alla disponibilità, all’apertura. È difficilissimo, faticosissimo ma anche bellissimo, alla fine, perché è quello che veramente dà un senso a quello che stai facendo. Si tratta di trovare il proprio equilibrio per poter vivere in una dimensione di gruppo, di trovare una grande disponibilità dentro di sé a mettersi in discussione e ad accettare l’altro. Sviluppare al massimo il rispetto per le differenze, partire dal presupposto che quindici persone sono quindici persone del tutto diverse l’una dall’altra, con ritmi, aspettative, caratteri diversi. Partire da un’affinità di base che può essere anche vaghissima, costruire un rapporto forte, solido. È come una grande coppia, un matrimonio di quindici persone. Dato che c’è un grande affetto si è poi arrivati anche a un grosso grado di confidenza, parlare in assemblea è come parlare con un amico, dirgli «ho questo problema».

Poi c’è un’altra valvola, che è quella dei gruppi separati, per sesso.

Secondo te è utile questa divisione per gruppi?

– Sì, prima non ci credevo, in questa direzione ha spinto la componente tedesca, noi eravamo più restii. Oggi mi rendo conto che il gruppo separato ci dà la possibilità di rilassarci di più. Cinque donne che parlano di un problema possono avere atteggiamenti diversi, però partono da un presupposto in comune, che è quello di essere donne, hanno un modo di sentire affine. C’è una dichiarazione di solidarietà di base che precede qualsiasi discussione, tu sai che puoi contare sull’appoggio delle altre donne, che le altre donne saranno solidali quando hai un problema, che è molto importante. Io non avevo mai riflettuto prima su che rapporto avessi con le persone del mio stesso sesso, sulla differenza dei rapporti; questa esperienza mi ha aiutato a capire come  funzionano.

Pensate di crescere come numero?

– Sì, soprattutto come numero di donne, che ora sono meno degli uomini. Per noi è importante avere un equilibrio tra la componente maschile e quella femminile. Perché esistono modi differenti di avvicinarsi al lavoro, di gestire le discussioni, ed è importante che un modo non prevarichi l’altro.

Come decidete se una persona nuova entra nel gruppo oppure no?

– Anche in questo resta fermo il principio del consenso, dell’unanimità. Chi vuole entrare nel gruppo ovviamente viene a stare un po’ da noi, si rende conto, e poi in qualche modo esprime all’assemblea i suoi desideri, le sue aspettative nei confronti del gruppo, e comincia un periodo di prova che dura sei mesi; alla fine dei quali le due parti valutano se è stata un’esperienza positiva o meno, e se è il caso che questa persona diventi un comunardo a tutti gli effetti. Questo periodo di prova ha il senso di vedere se la persona nuova che arriva sia d’accordo con noi sui principî cardine. È chiaro che se arriva uno e dice «mi sta bene tutto ma non sono d’accordo sull’abolizione della proprietà», questo non può funzionare, perché è un principio accettato e discusso. Poi magari questi principî potranno essere ridiscussi, ma non ti metti a ridiscuterli con ogni persona che arriva.

 – Voi avete rapporti con una fauna colorata che vi viene a trovare, che vi ha aiutato. Ci sono state delle critiche con questa area, come vogliamo chiamarla, del movimento, per la vostra scelta, o per una parte delle vostre scelte?

– Più che critiche, osservazioni; come alcuni tedeschi che ci rimproveravano di essere scollati dall’attività politica, dalla militanza. Noi abbiamo abbandonato anche la redazione di Senzapatria perché non ce la facciamo con le energie; in questo momento siamo impegnati nella costruzione di una cosa grossa, non ce la facciamo a fare il volantino, la manifestazione. C’è poco dibattito politico in senso stretto, sicuramente. Quando la situazione si tranquillizza un attimo speriamo di poter riprendere i ritmi di prima.

Su cosa misurerai la riuscita o il fallimento di questa cosa, quali sono le cose che senti significative?

– Spero  innanzitutto che duri nel tempo così come è stata pensata, indipendentemente dal fatto che ci siano le stesse persone. E mi piacerebbe che anche tra una decina d’anni ci fossimo anche noi, che ci sia una trasformazione ma che continui ad esserci lo spirito con cui Urupia è nata e quell’energia che la ha partorita, che secondo me è un’energia bella. Tu l’hai sentita penso, quest’energia che è quello che la rende diversa da tante esperienze che ci sono in giro.

Vuoi dire altro?

– No, anzi sì: che se continuo a non fumare è un’altra cosa buona di Urupia.

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