Burgin, Lentini, Pontolillo & Bevitori, Andarsene dal carcere, 2014.

Max Burgin, Giovanni Lentini, Michele Pontolillo & Valeria Bevitori, Andarsene dal carcere, Alida Magnoni Editore, 2014.

ADC2014

Un connubio apparentemente curioso tra un prete, Max Burgin, e tre persone che sono andate in galera per ragioni differenti e con alle spalle, o nel presente, esperienze detentive diverse. Tutti e quattro sono arrivati alla medesima conclusione: è necessario “andarsene dal carcere”.
Senza ipocrisia: non avrei letto questo libro se non ci fossi arrivato tramite uno degli autori, Michele Pontolillo, con il quale condivido un po’ di idee sul mondo come va e come dovrebbe andare. Durante una lunga detenzione – 12 anni tra Spagna e Italia, tre dei quali in regime d’isolamento Fies – Michele ha sempre espresso posizioni attraverso le quali risultava evidente la ricerca di un percorso di libertà, nonostante si trovasse in luoghi che della libertà rappresentano la pura negazione. Non l’avrei letto, dicevo, perché non mi piacciono i “don” davanti al nome e cognome, diffido dei preti e dei religiosi in generale. Ciò premesso, tutti e quattro i sintetici contributi qui raccolti presentano nella loro evidente eterogeneità un’idea comune, che è quella della non riformabilità del carcere.Ma – a proposito del titolo – chi è che deve “andarsene dal carcere”? Idealmente tutti, concretamente per i detenuti non è possibile, quindi questo appello non è rivolto a loro, ma principalmente alle persone che contribuiscono a mediare tra l’apparato repressivo e i detenuti.

“… per governare efficacemente un carcere occorrono quelle figure intermedie che provengono dalla società e che quindi non hanno una formazione tipicamente custodialistica-afflittiva ma prevalentemente umanitaria o tecnico-professionale. Queste figure che abbiamo individuato nel volontario, nel frate o nell’infermiere dell’Ausl hanno un compito ben preciso nell’organizzazione complessiva del governo: quella di alimentare la speranza” (MP, pag. 29).

A queste persone è rivolto l’appello taoista che conclude il volume:

“Che cosa fare allora? Niente. O meglio. Andare via, disertare i luoghi del dominio, del controllo e della produzione della sofferenza, per non essere strumenti inconsapevoli di un governo mortifero. Lasciamo quindi che governanti e governati si guardino finalmente in faccia senza mediatori, senza fabbricanti di false illusioni, di stolide speranze.”

Andarsene per rendere evidente come il carcere sia, nella sua essenza, vendetta sociale e controllo della marginalizzazione, luogo privilegiato della produzione di delinquenza – ma non l’unico, come sottolinea nel suo contributo Lentini che parla della guerra come potente meccanismo di produzione della cosiddetta criminalità organizzata, nello specifico la ndrangheta calabrese.
Andare via dunque per togliere almeno un velo tra quelli che si frappongono fra il nostro sguardo e la truce banalità dell’istituzione carceraria.
Per essere inequivocabile sulle proprie conclusioni Burgin cita parole scritte nel 1877 da Pëtr Kropotkin:

“Un’unica risposta è possibile alla domanda: «Che cosa possiamo fare per perfezionare il sistema penale?» Niente. È impossibile perfezionare una prigione. Con l’eccezione di pochi trascurabili cambiamenti, non vi è assolutamente altro da fare che distruggerla.”

A parte la considerazione (ovvia e quindi di scarso interesse) della singolarità di un prete che cita Kropotkin, e alcuni dettagli che andrebbero meglio discussi (non concordo ad esempio con Michele sul fatto che il carcere sia “luogo di ammasso degli eliminati”, in quanto non credo che nella nostra società esistano “eliminati”, ma piuttosto ambiti diversi di partecipazione al funzionamento del meccanismo sociale) resta il dato di fatto che queste idee così fuori moda eppure così restie a morire hanno bisogno di essere condotte fuori degli ambiti “specialistici”. Ogni tentativo ed ogni sforzo in tal senso – e quindi anche Andarsene dal carcere – sono a mio avviso da diffondere e da discutere per evitare di doverci rassegnare al rituale della santificazione degli apparati repressivi, amara liturgia di questi anni paludosi.

Giuseppe Aiello, 11 novembre 2014

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